domenica 12 maggio 2019

Bull-shit prossima ventura


Risultati immagini per fantozzi cagata pazzesca


di Angelo Bertozzi


Forse sono il solito esagerato, il solito rompiballe, se è così vi prego di dirmelo senza infingimenti, preferisco saperlo. Sto studiando la famigerata ordinanza esami e leggo questa cosa:

Nella relazione e/o nell'elaborato, il candidato, oltre a illustrare natura e caratteristiche delle attività svolte e a correlarle alle competenze specifiche e trasversali acquisite, sviluppa una riflessione in un' ottica orientativa sulla significatività e sulla ricaduta di tali attività sulle opportunità di studio e/o di lavoro post-diploma

Sta parlando di ASL anche se adesso come si fa sempre in Italia ha cambiato nome (e io francamente ne ho piene le uova di questi acronimi e di ‘ste stronzate – primo biennio, secondo biennio, ultimo anno – ma che minchia mi significa! Era così comodo, semplice, lineare, “biennio-triennio”, perché cambiare?)
Nei dibattiti processuali le domanda “suggestive” sono proibite. Secondo voi le parole “competenze acquisite, significatività” non stanno già suggerendo se non addirittura prefigurando la risposta? In altre parole un ragazzo di diciannove anni con la paura del Presidente e degli esterni, sotto lo stress dell’esame, che ricordiamoci sempre non è una bazzecola (intendo lo stress), si può sentire libero di dire fantozzianamente: “per me l’ASL è stata una CAGATA PAZZESCA”? Certo magari non proprio letteralmente, ma insomma ci siamo capiti.

mercoledì 8 maggio 2019

Sui progetti ed altre amenità


Risultati immagini per donna che si trucca

“Quella è una classe pesante, non la posso prendere, io devo fare i progetti.”
                                                (Dichiarazione autentica di una docente)


di Angelo Bertozzi


Nell’ultimo Collegio la coordinatrice ASL ci ha comunicato che al termine del percorso ASL i ragazzi non sanno fare il report, e non sanno fare nemmeno un semplice diario di lavoro. Come risolvere questo grave problema? Niente panico, facciamo un bel progetto ad hoc. (A quel punto la mia attenzione, alla parola progetto, si è istantaneamente azzerata per cui non ricordo bene ma mi pare sia previsto l’intervento di un esperto esterno)
Magnifico esempio di cura omeopatica.
Ora a parte il non trascurabile particolare dell’uso pervicace, insistito, dell’inglese anche quando esistono eccellenti termini italiani equivalenti (relazione, rapporto, non vanno bene?), possibile che a nessuno venga in mente che se gli studenti conoscessero in modo adeguato la lingua italiana il problema di come redigere una relazione o un qualsiasi altro tipo di testo si ridurrebbe a ben poca cosa? Possibile che nessuno veda che il re è nudo? Possibile che nessuno dica a voce alta che abbiamo in aula sempre più ragazzi semianalfabeti, e che anche quelli che non lo sono hanno comunque una padronanza della lingua italiana decisamente precaria e insufficiente.
Certo, capire il perché siamo arrivati a questo non è facile, credo che le ragioni siano intricate e complesse, ma il primo passo è perlomeno rendersi conto che il problema esiste e che è grande come un elefante.
Perché una cura omeopatica?
Ho detto sopra che le ragioni ritengo siano molte, ma sicuramente una è l’impostazione attuale della scuola superiore. Mi riferisco a quella nefasta cosa che è la “scuola azienda”, la “scuola dei progetti”, la “scuola dell’Alternanza Scuola Lavoro”. Se noi togliamo ore ed ore curricolari, impegniamo i ragazzi al pomeriggio in un tourbillon di attività varie sottraendo tempo ed energie allo studio “tradizionale”, poi non è difficile capire come gli studenti siano sempre più deboli in quasi tutte le discipline. La Scuola dei progetti è ormai un luogo eterogeneo di attività varie, e non di rado pittoresche, delle quali la meno importante è diventata ormai quella vecchia, antiquata e superata cosa che è “fare lezione”.
Inoltre anche quando ci si muove sul terreno delle discipline “tradizionali” l’ottica è quella dell’addestramento; le ricette, l’allenamento ai test, la convinzione che esistano sempre degli algoritmi, delle sequenze di istruzioni che permettano di trarsi d’impaccio a fronte di un risultato da ottenere a tutti i costi. L’idea che la scuola non sia solo addestramento ma istruzione e soprattutto formazione sembra scomparsa. Concetti come: autonomia di giudizio, spirito critico, creatività, consapevolezza che è giusto e bello imparare anche cose che non hanno nessunissima utilità pratica e con le quali non si mangia, sono espulsi dall’orizzonte dei nostri ragazzi, e sono cose che solo la scuola può e sa dare, non certo quegli squallidi personaggi che si aggirano per le aule promuovendo qualche “verbo” aziendalistico nelle ore di ASL.
Ma al dunque cosa sono questi “progetti” e perché si fanno?
Una ventina di anni fa qualcuno che al Ministero della pubblica istruzione (allora c’era la parola pubblica) si annoiava fece questa bella e originalissima pensata: ohibò la scuola non si fa solo in aula, bisogna fare altro, bisogna aprirsi al territorio.
In pratica funziona così, un docente cui viene voglia di fare una cosa qualsiasi: torneo di scacchi, conferenza sullo sbarco degli alieni, ultime novità sullo Yeti, stage di cucina sarda, entomologia pratica, egittologia di base, medicina ayurvedica, e via delirando…, presenta al Collegio docenti, per farselo approvare, un bel progetto argomentando che l’attività proposta è congruente con le finalità della scuola e con la sua didattica. Può sembrare difficile spiegare che uno stage di cucina sarda in un liceo classico sia utile o addirittura necessario ai ragazzi, ma non lo è perché nella scuola italiana ci sono i migliori specialisti a livello mondiale nel campo dell’aria fritta. E in ogni caso quando il progetto viene presentato al Collegio docenti chi ascolta? E comunque chi vota contro un’iniziativa di un collega? Come si dice a Napoli pare brutto!
I docenti che fanno i progetti inoltre si beccano qualche liretta in più.
Ora, non penso certo che queste iniziative siano proprio TUTTE sbagliate o inutili (molte si), non penso che i colleghi siano in malafede (alcuni si), penso che sia una questione di priorità. A fronte di ragazzi che in storia si esprimono a livello penoso, che faticano molto a capire concetti anche abbastanza elementari, è utile occupare una o più mattine per portarli all’archivio di stato a farsi una bella ricerchina su documenti originali? Piacerebbe a me, senza dubbio, serve ai miei ragazzi? Forse a uno o due, e gli altri? Ha senso prendere in una mattina di maggio una quinta liceo che si sta preparando all’esame per portarla al torneo di bowling? Se proprio si vuole non lo si può fare al pomeriggio?
Al dunque alla conferenza sui diritti umani o sulla democrazia, magari per il docente interessantissima, tenuta in non pochi casi da relatori che non hanno la ben che minima idea di come si parli a ragazzi di 16-18 anni e che quindi utilizzano un linguaggio e un lessico a loro pressoché incomprensibile, i ragazzi compulsano il cellulare, chiacchierano, tentano di scappare. Che effetti produce in loro l’importantissima attività? Che ricadute ha sulla loro formazione? Inoltre di diritti umani o di democrazia può parlare benissimo il docente in aula a ragazzi che conosce e con i quali è in atto una relazione educativa, abbiamo proprio bisogno di un cattedratico esterno? Le cose che si insegnano a scuola, superiori comprese, sono le conoscenze di base, le cose acquisite, non le ultime novità scientifiche o accademiche (quelle lasciamole alle università e ai dottorati) siamo laureati, abilitati, siamo perfettamente in grado di insegnare quello che dobbiamo insegnare.
Anche quando andavo a scuola io, qualche rara attività extracurricolare (fuori dall’aula), si faceva, e ricordo bene la gioia nell’uscire dalle quattro mura dell’edificio scolastico, il sollievo per le noiosissime lezioni di matematica, filosofia, o altro, scampate. Da questo punto di vista non è cambiato proprio nulla. I ragazzi a priori sono contentissimi di partecipare a qualsiasi progetto, si esce dalla gabbia, verifiche non ce ne sono, non si fa lezione e todos caballeros.
Gli studenti fanno il loro mestiere ma noi facciamo il nostro?
Diamo ai ragazzi ciò di cui hanno più bisogno?
Considerazioni del tutto analoghe valgono per le visite guidate e i famigerati viaggi distruzione (senza apostrofo). Chi può pensare che non siano esperienze bellissime? Certo che spesso lo sono, ma ancora una volta quali sono le nostre priorità? Far contenti i ragazzi, socializzare piacevolmente, o tentare di risollevarli da un’ignoranza e un’insipienza paurosa?
Un viaggio d’istruzione comporta in media una perdita secca di una settimana di lezioni, a volte anche di più, aggiungiamoci progetti, visite guidate, ASL, assemblee di Istituto, assemblee di classe, elezioni, etc., quando si fa scuola? Quando, e se, resta tempo.
Perché i colleghi fanno i progetti? Sono cattivo lo so.
Si becca qualche soldo, si esce dalla scuola e si fa qualcosa di più piacevole e meno faticoso che tenere a bada un gruppo di riottosi adolescenti, si acquisisce un’aura di docente bravo e impegnato.
Queste temo siano le motivazioni, riguardo all’ultima sopraddetta registro un curioso paradosso, spesso (non sempre) i colleghi che fanno molti progetti, essendo appunto molto impegnati in quello, trascurano il banale e trito lavoro quotidiano in aula, cionondimeno, per motivi che hanno a che fare con il marketing scolastico passano per essere i docenti migliori, quelli che danno più lustro alla scuola e si prendono molto spesso il Bonus miglior docente, e così il cerchio si chiude.
E intanto i nostri ragazzi stanno diventando sempre più ignoranti e semianalfabeti.
Peppino Verdi diceva: torniamo all’antico e sarà un progresso.

Mi tolgo un ultimo sassolino dalla scarpa, nonostante tutti i miei sforzi non riesco proprio a capire cosa significa “programmazione per obbiettivi minimi”.
Proviamo a prendere per una volta sul serio i vari documenti che ministero, scuole, enti vari producono sulla scuola, la tanta, tantissima fuffa che sempre più, come quella inquietante massa viscosa di non ricordo più bene quale film di fantascienza, si espande, invade, occupa e soffoca la scuola e il nostro operato. 
-Capacità di esercitare la riflessione critica sulle diverse forme del sapere e sul loro rapporto con la totalità dell’esperienza umana. - Esercizio del controllo del discorso, attraverso l’uso di strategie argomentative e di procedure logiche. 1. Riconoscere e utilizzare correttamente il lessico e le categorie essenziali della tradizione filosofica; 2. Definire e comprendere termini e concetti; enucleare le idee centrali di un testo; 3. Saper riassumere le tesi fondamentali di un testo proposto; 4. Rispettare i principi elementari della logica nell’argomentazione; 5. Saper ricondurre le tesi individuate nel testo al pensiero complessivo dell’autore; 6. Saper ricondurre gli argomenti trattati ai rispettivi contesti storici generali a cui essi appartengono; 7. Saper confrontare e contestualizzare le differenti risposte dei filosofi allo stesso problema- (Ptof del Liceo Motzo – testo mutuato dal documento “Indicazioni nazionali per i licei DM 211 del 7 ottobre 2010”)
Gli obbiettivi proposti in questi documenti, per la maggioranza dei nostri studenti, sono semplicemente lunari, irraggiungibili. In particolare la filosofia per motivi che richiederebbero una lunga disamina, per la quasi totalità dei nostri ragazzi, è semplicemente inaffrontabile. In concreto quindi cosa si fa? Si ridimensionano ampiamente i contenuti e gli obbiettivi ufficiali e a cosa corrisponde quindi un sei? Al raggiungimento minimo degli obbiettivi così ridisegnati. Che cosa significa, da sempre nella scuola italiana, un sei? Sufficienza: sei arrivato a quel minimo che ti consente di andare avanti nello studio. I miei studenti “normali”, (so che è odioso esprimersi così ma diciamocele le cose, andiamo oltre la fuffa) sono quasi tutti in grave difficoltà nel raggiungere la sufficienza, come fanno a cavarci i piedi ragazzi con ritardi cognitivi? Questo per quel che riguarda gli alunni cosiddetti BES, (Bisogni educativi speciali) che vengono avviati su percorsi in qualche modo differenziati, ma succede anche altro, mi sono ritrovato in una quarta due ragazze con evidentissimi problemi comportamentali e ritardi cognitivi senza sostegno, senza PEI, senza PDP, percorso liscio, senza nessun supporto e ausilio, come sono arrivate in quarta?
Chi stiamo prendendo in giro? Le ragazze? Le famiglie? La scuola? Noi stessi? 

  

domenica 4 febbraio 2018

Tafazzisti con le balle altrui (ovvero, aspettando il 4 di Marzo)

Se, per migliorare le prestazioni di una squadra di calcio, un allenatore decidesse di interrompere gli allenamenti per portare i giocatori a raccogliere funghi, penseremmo subito a manifesto attacco di pazzia, imbecillità o tafazzismo. Stessa cosa, se un direttore d’orchestra sospendesse le prove per portare i musicisti a pescare a lenza. Anche qui pazzia, cretineria o tafazzismo.

Se qualcuno ignora chi sia il Tafazzi, sappia che trattasi di individuo di media corporatura, baffuto, rivestito di calzamaglia nera da testa a giro-cosce, e col vizio di picchiarsi una bottiglia sui genitali. Mutanda bianca “esterna” e calzettone nero, completano la mise. Il Tafazzi è, dunque, la sintesi del più puro autolesionismo.
Ora chiediamoci: che succederebbe ai due colpevoli di tafazzismo, di cui sopra? Semplice: verrebbero travolti dal ridicolo e cacciati a fischi e pernacchie. Vi sembrerà una cosa ovvia, ma vi sbagliate. Non sempre i tafazzisti sono così sfortunati.

Da un po’ di tempo a questa parte, succede che insegnanti di scienze, storia, matematica et similia, per ordini superiori interrompano le lezioni per permettere a inebetiti liceali di andare a fare, a seconda dei casi, i camerieri al McDonald’s, i raccoglitori di cozze, i visitanti in tribunale, i naviganti con la Guardia Costiera, i finti tecnici in raffineria, i cataloganti in biblioteca, gli accompagnanti in area turistica, i fotocopianti in pubblico ufficio, i nullafacenti in museo; e l’elenco potrebbe continuare. Scempiaggini, direte voi. Neanche per sogno: cose serissime; ministeriali; governative; europee, persino: Alternanza Scuola-Lavoro.
Il dubbio che i bizzarri innesti possano, alla fine, fare solo danni e risolversi in ennesima tafazzata, serpeggia naturalmente tra gli abitanti delle sideree stanze; ma, a sedare l’ansia, giunge il rituale scongiuro onto-ministeriale, “se l’esistente esiste, qualche buona ragione per cui esso c’è, al posto di non esserci, ci deve pur essere”.
Per capire un po’ meglio la faccenda, occorre sapere che alligna nelle alte sfere della pubblica istruzione una specialissima categoria di tafazzisti; che, per nostro comodo classificatorio, chiameremo “Tafazzisti-con-le-balle-altrui” (d’ora in poi, TBA). Il TBA, contrariamente ad un semplice “Tafazzista-con-le-balle-sue” (d’ora in poi, TBS), benché faccia tafazzate in piena regola, non viene cacciato; anzi, spesso fa carriera e viene pure intervistato. Perché mai il TBA ha destino così diverso dal TBS? Risponderemo nel modo più semplice: il TBA è soggetto che gode di due incomparabili vantaggi: prima di tutto, di poter fare “danni lenti”; danni, cioè, di cui si potrà avere notizia solo dopo circa 5 anni (tanti ce ne vogliono perché il germoglio esca dalle scuole tafazzianamente riformate); in secondo luogo, di potere -se le cose vanno storte- “scaricare il barile”; vale a dire trovare qualcuno, tra le centinaia di migliaia di forzati esecutori della tafazzata, che “ha remato contro”.
In tal modo blindato, tanto per scimmiottare la Germania dove sono tanto bravi e già la fanno, il TBA specialista in riforme ordinò la summenzionata ASL, cioè la più colossale scemenza mai concepita e attuata, in Italia, in materia di pubblica istruzione; la bella pensata che, appunto, fa sì che un liceale passi ore in un McDonald’s piuttosto che davanti a Kant, Freud e Darwin; o in un allevamento di cozze, piuttosto che di fronte a Newton, Maxwell e Einstein. Insomma, siccome c’era bisogno di liquidare quel poco di scuola seria che ancora restava, ecco che al Ministero si organizzarono; e, in quattro e quattr’otto, provvidero. Missione compiuta. Bravissimi. Geniali.

Rimane ora da chiarire l’ultimo dettaglio: di chi mai saranno le balle impietosamente battute dal TBA? Il lettore l’ha già capito; ma io, da pedante, glielo dirò ugualmente: sono le mie, gentile lettore; le mie e quelle di tanti colleghi che ancora si ostinano a volere fare ciò per cui le scuole furono create; cioè far rivivere ai principianti le migliori avventure conoscitive che i migliori uomini venuti prima di noi, vissero (non disdegnando, ogni tanto, di parlare dei peggiori). Col segreto sospetto che, forse, a furia di insistere, non capiti pure che la cosa li migliori, salvandoli dall’autentico pacco di monnezza che TV private e pubbliche quotidianamente gli scaricano addosso.

Ancora qualche settimana e gli insegnanti andranno a votare. Per un solo giorno, la bottiglia sarà nelle loro mani. E lor Signori non abbiano il menomo dubbio: sapranno dove battere.

gigi monello

venerdì 22 settembre 2017

LICEO CORTO, VIZIO LUNGO

Siccome mercato interno ed estero ingurgitano senza sosta diplomati e laureati, è giusto forzare il passo, non regalando a nessuno il vantaggio di fare in 4 anni, ciò che noi facciamo in 5. Problema di quantità, insomma. È l'unica ragione (discutibile) a favore del liceo breve. Ingurgita, per caso, il mercato? Ma figurarsi. Fumo negli occhi, dunque. Le ragioni del botto d'Agosto devono essere altre; più in linea con la usuale inclinazione al machiavello.
Tira aria di resa dei conti: il Gentiloni saluta a Marzo; in primavera ci si gioca tutto: fortune personali e destino del paese (quando si dice la combinazione). O l'avventura rampantista riparte o finisce per sempre (a naso, buona la seconda). Può il ministro tacere? Non può. Deve fare notizia, metter mano alla tela di Penelope e fare anche lei quello che tutti hanno già fatto: riformare. O dire di volerlo fare.
 

Liceo corto, dunque: giovani più presto al lavoro; un anno risparmiato; lo fanno in Europa (falso, sono molti a non farlo); si comincia con 100 classi e, se funziona, si fa tutti così. Manca solo la lacrimuccia ipocrita sui bassi stipendi e l'accenno all'obbligo a 18 anni: che arrivano puntuali. Il piatto è servito: TG e WEB per ore 24 non smettono di macinare, dimodoché dal mare ai monti non si parla d'altro che della nuova pensata. Vantaggi? I liberisti plaudono al taglio di spesa (1.380 milioni); un certo praticismo qualunquista, alla saggezza del buon tempo antico: “a che serve studiare tanto? Andè a lavurà!” Come con la Buona Scuola, l'anima del turbo-pedagogismo di governo è ragioneria ed estetica dell'azione: la cassa e la grancassa.
Certo, a guardare il dettaglio di questo ennesimo esperimento, viene da compatire le cavie: stessi programmi, medesimi esami finali, orario potenziato da 900 a 1000 e passa ore annue; sesta ora di lezione (chi già la fa, riferisce che vale il 30/40% di un'ora normale); alternanza scuola-lavoro possibilmente tutta nelle vacanze natalizie, pasquali ed estive (ci crederò quando lo vedo); una materia tutta in inglese in terza e in quarta (servirà ad imparare la materia o ad imparare l'inglese?). L'impressione è di cosa non troppo meditata: fosse per caso un pacco? Niente affatto: dalle traboccanti adunate cielline (l'effimero teologico-litoraneo) scende il verbo sereno: “non ci sarà tanto una riduzione nella quantità dei contenuti, quanto una innovazione qualitativa degli stessi”. Frasetta nebulosa: non serve neppure attivare le funzioni corticali superiori, bastano le sole narici per classificarla al volo nella riverita categoria del “suona bene ma non significa un fico”.
Bello sarà vedere ‒ tanto per dirne una ‒ come i diretti interessati faranno entrare dentro terzo e quarto scientifico ‒ già, di loro, pienotti ‒ Induzione elettromagnetica, Equazioni di Maxwell, Relatività ristretta, Modelli atomici, Crisi della fisica classica e Meccanica quantistica; temini del 5°anno. Basteranno gli abracadabra della didattica laboratoriale e del potenziamento tecnologico? O si arriverà agli elettrodi a ventosa sul cranio prima di andare a dormire? In attesa di sapere che ne sarà di questa pubblica istruzione modello Scientology, ai prossimi fortunati l'augurio del Chiambretti: “Comunque vada, sarà un successo”. Formativo.




































sabato 10 giugno 2017

magazine_ Aristotele



"Ogni scoperta di un errore costituisce un reale avanzamento della nostra conoscenza.
Come dice Roger Martin Du Gard in Jean Barois, è già qualcosa sapere dove non si
trova la verità"

(K. R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2°)

 
10 studenti del Liceo Alberti
10 miti della scienza aristotelica
un'idea unificatrice: le nuove teorie
scientifiche
nascono dalla scoperta 
degli errori delle vecchie

disponibili copie omaggio
sede centrale Liceo Alberti
 


martedì 20 settembre 2016

le cose come stanno

Cyberbullismo e non solo.
Lo psichiatra Tonino Cantelmi
«Per aiutare i
giovani dobbiamo
rieducare gli adulti»
 
di VIVIANA DALOISO  16 settembre 2016
 
Educare gli
adolescenti? «Non
vorrei più sentirne parlare». È forte la
provocazione dello
psichiatra Tonino
Cantelmi,
professore di
cyber-psicologia
all’Università
Europea di Roma e presidente
dell’associazione Psichiatri e psicologi
cattolici (Aippc).
«La verità è che per cambiare gli
adolescenti c’è più che mai bisogno di
adulti. E gli adulti non ci sono: sbiaditi,
insensati, inconsapevoli».

Professore, è un giudizio durissimo.

Lo so. E però serve, ora più che mai, il
coraggio di dire le cose come stanno. I
fatti di Napoli e di Rimini sono
agghiaccianti, ma ci dicono cose che
sappiamo bene ormai.
 
Quali?
 
Primo, che abbiamo ragazzi erotizzati
precocemente. Li nutriamo di immagini
e di un vocabolario sessualizzati, tra i 6
e i 7 anni sono già immersi nella
dimensione della sessualità e – come
ovvio – a quell’età non possono che
essere vittime del più drammatico dei
cortocircuiti: quello che confonde
l’intimità, cioè la sfera dei sentimenti,
con il sesso.
 
E poi?
 
E poi vengono anche digitalizzati
precocemente. Ecco che, sempre tra i 6
e i 7 anni, a volte anche molto prima, gli
mettiamo in mano le tecnologie: le
usano alla perfezione, passano il tempo
davanti allo schermo. E attraverso lo
schermo imparano la tecnomediazione
delle relazioni, in cui l’empatia e le
emozioni dell’altro scompaiono.
Risultato: a una dimensione distorta
della sessualità si aggiunge quella
distorta della percezione dell’altro, che
porta all’aggressività. Prime vittime, le
donne: che in questo percorso finiscono
col non maturare alcuna cognizione del
valore del proprio corpo.
Sono gli ingredienti delle vicende di
questi giorni...
Vicende che però sono solo la punta
dell’iceberg. I numeri parlano chiaro:
oggi circa il 20% dei bambini – si badi
bene, non degli adolescenti – ha già
bisogno di un aiuto professionale in
termini di salute mentale. Siamo di
fronte a un’enorme sofferenza del
mondo dell’infanzia e questo dipende da
un mondo di adulti che hanno smesso di
narrare esperienze dotate di cornici di
senso ai propri figli. I genitori di alcuni
dei miei pazienti ogni tanto mi chiedono
perché i figli cercano tutto su Google.
Perché mancano le risposte altrove,
perché gli adulti sono i primi a perdersi
nella costruzione del proprio profilo
social.
Ripartire dagli adulti, dunque.
Per avere adulti in grado di educare i
giovani con l’esempio e il significato
della propria vita, non con il controllo del
cellulare e dei gruppi Whatsapp. Lì

non arriveremo mai, o arriveremo sempre
troppo tardi.

mercoledì 10 agosto 2016

LO SCELLERATO MARCISCE IN FORTEZZA



LO SCELLERATO MARCISCE IN FORTEZZA
divagazioni sul Conte Felicini, gaglioffo bolognese castigato in Toscana
€ 7.50
Autore: Gigi Monello
ISBN  978-88-906775-1-9
pag. 64


24 Luglio 1672, Domenica mattina: termina a Fivizzano la carriera criminale di Giuseppe Maria Felicini, mandante di undici omicidi nonché di una interminabile sfilza di malefatte minori. Catturato dai gendarmi del Granduca, viene portato a Volterra, carcere di stato, dove rimane sino alla morte, nel 1715. Paga con 43 anni di galera una vita di soperchierie. Raccontata l'ultima volta nel 1919, la storia quasi dimenticata di un legno storto nell'Italia del '600.