Capiscono di scuola, quelli che la riformano? Sanno che una delle principali cause del suo scadimento è proprio il modello aziendalista che tanto li riscalda? Una bella pensata “di sinistra” che da sedici anni scarica dentro il sistema una massa di “attività” extra che sono spesso purissimo fumo, pagato con un pauroso sperpero di tempo. Sanno che nella scuola italiana si saltano lezioni per incontrare piloti di rally, romanzieri, bancari, carabinieri, ginecologi, l'AVIS, e, se del caso, una “suora che balla”? Gli risulta? Sanno che gli studenti delle quinte (i maturandi) tra Marzo e Aprile vengono “orientati”? Cioè più volte portati in giro tra stands fieristici, cittadelle universitarie, panchine, vialetti, depliants e quattro chiacchiere con patetici imbonitori. Sanno del tourbillon di “olimpiadi”, “concorsi”, “giornate”, e dei fondamentali “scambi turistico-culturali”? Sanno che terminare corposissimi programmi e verificarne onestamente l'assimilazione è, in questo perenne manicomio, cosa che oramai rasenta l'eroico? Che l'imposizione per pura demagogia degli insulsi registri elettronici ha praticamente raddoppiato il lavoro burocratico, dato che tutti tengono nota su carta di quel che fanno? Che, tra adolescenti col cervello frullato dall'elettronica tascabile, genitori impegnati a fargli da sindacalisti, dirigenti sempre più inclini ad ascoltare gli uni e gli altri, la classe docente vive una indegna condizione di intimidazione? Sanno che significa, oggi, parlare per quattro ore a giovani di questo tipo? Prodotto dell'imbalordimento di massa seguito a vent'anni di reality show e altra varia spazzatura televisiva cui la Tv di stato non è affatto estranea. Riescono ad immaginare quale probabile criterio userebbe per valutare i professori, la costituenda commissione con dentro genitori e studenti? Azzardiamo? Socievolezza, manica larga, molti “extra” e inchini al dirigente. Un'ultima domanda: lo sanno, il caro leader, la ridente ministra, gli impagabili sottosegretari, e tutto questo codazzo di gente arrembante che fa acutamente rimpiangere Moro e Fanfani, che gli insegnanti in maggioranza votavano PD?
gm
sabato 23 maggio 2015
venerdì 24 ottobre 2014
IL PRINCIPE E IL SUO SICARIO
Roma, Settembre 1499, Rodrigo Borgia, in arte Papa Alessandro VI, volendo metter fine al secolare disordine del suo stato, dichiara decaduti tutti i vicari di Romagna; di nome feudatari, di fatto piccoli re. Con l’apparenza della ragion di stato, ma in realtà per libidine di grandezza, dato a suo figlio Cesare il comando delle milizie, lo incarica di recuperare le antiche dipendenze, concedendogli di farne un dominio tutto suo. Uno dopo l’altro, i signori romagnoli ora scappano, ora son travolti, ora patteggiano la deposizione. La sola Faenza si prepara ad opporsi e a difendere strenuamente il governo dei Manfredi. Attaccata nel Novembre 1500, la città resiste sino all’Aprile successivo, quando, ormai sul punto d’esser presa con la forza, onde evitare le brutture del sacco, capitola ad onorevoli condizioni. Andato a visitare il vincitore, forse circuito dalla sua affabilità, il giovanissimo Astorre accetta di restare con lui. Compiendo l’atto che lo perderà per sempre. Per un anno prigioniero in Castel Sant’Angelo, una notte il disgraziato scompare. Il 4 Giugno 1502 il Tevere ne restituisce il cadavere. Non ha ancora compiuto diciott’anni.
Come Cesare Borgia tolse dal mondo Astorre Manfredi
Con note sparse sopra la mente di un tiranno
€ 16.00
Autore: Gigi Monello
ISBN 978-88-906775-2-6
pp. 192
sabato 8 marzo 2014
il nulla, però frullato
Scuola e antiscuola
(da la tecnica della scuola
20/11/2013)
di
Paolo Mazzocchini
C’è un antiscuola nella scuola? Credo di sì, se si pensa a quell’apparato sempre attivo, all’interno di ciascun istituto, nell’escogitare e produrre un numero infinito di attività cosiddette integrative e complementari della normale e ormai vetusta lezione ordinaria: stage, settimane culturali, progetti, uscite, iniziative pubblicitarie, conferenze, incontri con preti, carabinieri, politici, giudici, metereologi e chi più ne ha, più ne metta.
Non dico che tutte queste iniziative siano didatticamente inutili: alcune (molto poche) sono anche culturalmente interessanti e formative. Ma il guaio è che (nel timore fondatissimo che vengano altrimenti disertate dagli studenti) esse vengono piazzate, nella stragrande maggioranza dei casi, durante le ore di lezione. Non si tratta quindi di attività integrative, bensì sostitutive; e, a forza di essere così sostituita, la lezione ordinaria si sta smagrendo sempre più e i programmi (cioè le programmazioni curricolari) si riducono progressivamente, come filiformi torrentelli in un periodo di secca.
C’è forse un guadagno culturale a fronte di questa perdita, una maggiore ricchezza formativa per gli allievi che compensi l’emorragia di saperi curricolari?
Direi proprio di no: anzi, si instaura così quella che chiamerei la didattica del frullatore o dell’insalata mista, che non permette minimamente di sistematizzare (e perciò di assimilare profondamente e stabilmente) quello che si ascolta durante il bombardamento continuo ed eterogeneo di nozioni che provengono dai progetti, dagli incontri, dalle uscite ecc.
La presunta ricchezza di imput è spesso acqua sulla roccia del cervello degli allievi.
Il solo risultato è che da una ventina d’anni a questa parte (dall’esordio della scuola autonoma) io (per esempio) riesco a svolgere in un triennio liceale non più dei due terzi del programma che svolgevo prima. Grandi autori e fenomeni della storia letteraria rimangono esclusi dalla trattazione. Oppure, se ci si incaponisce a volerli trattare, lo si deve fare in maniera sommaria, perciò inutile.
Tutto questo nobile sistema viene sostenuto con forza e talora con protervia da chi dirige a vario titolo la scuola autonoma, perché ciò che conta è l’immagine (o l’apparenza) di modernità (non la vera qualità) che questo meccanismo garantirebbe ad un istituto di fronte all’opinione pubblica. Diversamente esso apparirebbe antiquato e non attirerebbe - ecco il punto dolente - le iscrizioni.
Ora, il danno più grande che a mio avviso questo sistema infligge agli allievi (oltre che alla derelitta immagine dei docenti) è l’idea che il lavoro curricolare sia una cosa vecchia, stantia, un misero tappabuchi del tempo che non si riesca a occupare con più brillanti progetti ed iniziative para- ed extra- di vario genere. Inoltre gli allievi stessi, senza avvedersene, sono trasformati continuamente da questo sistema in bersagli pubblicitari: perché buona parte di questi incontri - diciamocelo - è uno spot camuffato da conferenza o da lezione.
Purtroppo tutto ciò viene accettato passivamente da molti insegnanti, che mugugnano al massimo tra loro, ma non hanno quasi mai il coraggio di opporsi nelle sedi ufficiali a questo allegro andazzo.
Anche perché, va detto con franchezza, a molti di noi non fa proprio schifo, egoisticamente parlando, di starsene senza far lezione mentre i nostri allievi sono intrattenuti da altri, o impegnati in orientamenti, settimane bianche o autogestite o alternative...
Insomma, ad opporsi con forza a questo sistema si rischia pure di fare la figura del fesso!
Eppure, secondo me, anche su questo fronte si gioca il futuro della nostra scuola e, direi, anche della nostra tanto rimpianta immagine sociale, della nostra rispettabilità e credibilità.
Non mi pare cosa da poco.
Ps: dimenticavo di precisare che solo una piccola parte di questo turbillon di attività aggiuntive viene effettuata di pomeriggio: ma anche in questo caso i ragazzi vengono sollecitati a partecipare con la promessa solenne e formale che non verranno interrogati il giorno dopo. Così succede che il 90% di quelli che partecipano sono non proprio i più interessati, ma quelli che si aspettano di essere interrogati il giorno dopo...
(da la tecnica della scuola
20/11/2013)
di
Paolo Mazzocchini
C’è un antiscuola nella scuola? Credo di sì, se si pensa a quell’apparato sempre attivo, all’interno di ciascun istituto, nell’escogitare e produrre un numero infinito di attività cosiddette integrative e complementari della normale e ormai vetusta lezione ordinaria: stage, settimane culturali, progetti, uscite, iniziative pubblicitarie, conferenze, incontri con preti, carabinieri, politici, giudici, metereologi e chi più ne ha, più ne metta.
Non dico che tutte queste iniziative siano didatticamente inutili: alcune (molto poche) sono anche culturalmente interessanti e formative. Ma il guaio è che (nel timore fondatissimo che vengano altrimenti disertate dagli studenti) esse vengono piazzate, nella stragrande maggioranza dei casi, durante le ore di lezione. Non si tratta quindi di attività integrative, bensì sostitutive; e, a forza di essere così sostituita, la lezione ordinaria si sta smagrendo sempre più e i programmi (cioè le programmazioni curricolari) si riducono progressivamente, come filiformi torrentelli in un periodo di secca.
C’è forse un guadagno culturale a fronte di questa perdita, una maggiore ricchezza formativa per gli allievi che compensi l’emorragia di saperi curricolari?
Direi proprio di no: anzi, si instaura così quella che chiamerei la didattica del frullatore o dell’insalata mista, che non permette minimamente di sistematizzare (e perciò di assimilare profondamente e stabilmente) quello che si ascolta durante il bombardamento continuo ed eterogeneo di nozioni che provengono dai progetti, dagli incontri, dalle uscite ecc.
La presunta ricchezza di imput è spesso acqua sulla roccia del cervello degli allievi.
Il solo risultato è che da una ventina d’anni a questa parte (dall’esordio della scuola autonoma) io (per esempio) riesco a svolgere in un triennio liceale non più dei due terzi del programma che svolgevo prima. Grandi autori e fenomeni della storia letteraria rimangono esclusi dalla trattazione. Oppure, se ci si incaponisce a volerli trattare, lo si deve fare in maniera sommaria, perciò inutile.
Tutto questo nobile sistema viene sostenuto con forza e talora con protervia da chi dirige a vario titolo la scuola autonoma, perché ciò che conta è l’immagine (o l’apparenza) di modernità (non la vera qualità) che questo meccanismo garantirebbe ad un istituto di fronte all’opinione pubblica. Diversamente esso apparirebbe antiquato e non attirerebbe - ecco il punto dolente - le iscrizioni.
Ora, il danno più grande che a mio avviso questo sistema infligge agli allievi (oltre che alla derelitta immagine dei docenti) è l’idea che il lavoro curricolare sia una cosa vecchia, stantia, un misero tappabuchi del tempo che non si riesca a occupare con più brillanti progetti ed iniziative para- ed extra- di vario genere. Inoltre gli allievi stessi, senza avvedersene, sono trasformati continuamente da questo sistema in bersagli pubblicitari: perché buona parte di questi incontri - diciamocelo - è uno spot camuffato da conferenza o da lezione.
Purtroppo tutto ciò viene accettato passivamente da molti insegnanti, che mugugnano al massimo tra loro, ma non hanno quasi mai il coraggio di opporsi nelle sedi ufficiali a questo allegro andazzo.
Anche perché, va detto con franchezza, a molti di noi non fa proprio schifo, egoisticamente parlando, di starsene senza far lezione mentre i nostri allievi sono intrattenuti da altri, o impegnati in orientamenti, settimane bianche o autogestite o alternative...
Insomma, ad opporsi con forza a questo sistema si rischia pure di fare la figura del fesso!
Eppure, secondo me, anche su questo fronte si gioca il futuro della nostra scuola e, direi, anche della nostra tanto rimpianta immagine sociale, della nostra rispettabilità e credibilità.
Non mi pare cosa da poco.
Ps: dimenticavo di precisare che solo una piccola parte di questo turbillon di attività aggiuntive viene effettuata di pomeriggio: ma anche in questo caso i ragazzi vengono sollecitati a partecipare con la promessa solenne e formale che non verranno interrogati il giorno dopo. Così succede che il 90% di quelli che partecipano sono non proprio i più interessati, ma quelli che si aspettano di essere interrogati il giorno dopo...
martedì 17 dicembre 2013
giovedì 28 novembre 2013
ODE ALL' AUTOGESTIONE
La fanno anche al “Dettori”
la fanno anche al “Siotto”
vogliam l’autogestione!
vogliamo far casotto!
Lasciatecela fare
soltanto un pochettino
in fondo cosa cambia?
aumenta un po’ il casino
In fondo che vi importa?
c’è aria di Natale
non fate autolesione
vi scoccia riposare?
Perché noi la facciamo
non lo sappiamo dire
ma è un fatto naturale
è come starnutire
Voi sempre siete fissi
cocciuti a domandare
C’è poco da capire
Noi la facciam per fare
La magica parola
non vuole dire niente
però fa la sua scena
ha un suono intelligente
orsù socializziamo!
c’è gran bivacco qui
chissà che non mi faccia
una di quarta G
Signori professori
amanti del rovello
spegniamo questa scuola
clicchiam Grande Fratello !
Di dubbi voi riempite
ai giovani la mente
com’è che non capite
che il vuoto è più attraente?
Un vecchio Professore
Un ex del sessantotto
fu allor sentito dire
“le palle mi son rotto”
giovedì 24 ottobre 2013
la settimana storta
Lunedì: il dirigente Lepidazzi mi guarda e con schifata cordialità mi dice che dopo “attento monitoraggio” si è accertato che l’abbigliamento prevalentemente scuro da me indossato ha effetti psico-dinamici deprimenti sull’utenza, “Professore, lei mi abbassa il TIS”. Deve essermi comparsa in volto leggera meraviglia, perché Lepidazzi ha subito aggiunto, “Professò, ma dove vive? Il Tasso di Inclusività della Scuola!”. E ha concluso, allungandomi un biglietto da visita, “Tenete qua, è il mio sarto cinese; prezzi onesti, ma non chiedete la ricevuta!”.
Martedì: scala B, seconda rampa, in cima avvisto la trista sagoma di Pezzoraro, 5 G. Saluta, e con faccia scurissima mi dice che è morto di ictus lo zio Gino di Brescia, provetto artigiano del ferro, celibe, onestissimo, colonna della famiglia. Un fulmine a ciel sereno. “Prof ! Ho l’orribile sospetto di essere entrato in fase BES !”. Deve essermi comparsa in volto leggera meraviglia, perché Pezzoraro ha subito aggiunto, “ Prof! Ma dove vive? Lo sanno anche i fotocopiatori che cosa sono i BES! Bisogni Educativi Speciali! ‘Na figata!”. Naturalmente - rassicura - verrà sottoposto ad expertise da parte del GLI (Gruppo di Lavoro per l’Inclusione), al fine di fugare ogni dubbio sulla sua buona fede e fornire dati utili alla stesura di un ben calibrato PDP (Piano Didattico Personalizzato). Nel frattempo vorrebbe esenzione di giorni 10 dalle interrogazioni. “Prof - mi confessa avvicinandosi a distanza zero - il disagio socio-affettivo-cognitivo è così forte che non riesco a bere neppure una birra!”. “Stai messo male”, gli dico.
Mercoledì: ora di ricreazione, mentre bevo un caffè con Trabocco, che per la millesima volta alterna maledizioni contro Pezzoraro a celestiali fantasie di pensione, ecco materializzarsi dal nulla la mamma di Bellodono, 4G (notissimo per avere, l’anno passato, incendiato il cassonetto giallo della carta, in cortile, ed averla poi fatta franca grazie alla appassionata arringa del collega Fumisterio; che, evocando le combustioni di Burri, convinceva il Collegio che “non di banale vandalismo” trattavasi, bensi di “manifesto caso di AIIA” - Adolescenziale Impulso Inconscio all’Arte -. Ad udir ciò, una lacrima aveva rigato la gota sinistra della Napolazzi, decana di Storia dell’Arte a quattro mesi dalla quiescenza). Eclissato Trabocco, mamma Bellodono mi si piazza davanti, e, a labbra tirate e petto gonfio, mi sibila che, “È ora di finirla!”. Di fronte al mio intestardirmi - unico fra tutti - nel negare la sufficienza al figlio, mi notifica di aver avviato formali contatti con la Commissione OFFA. Deve essermi comparsa in volto leggera meraviglia, perché la Bellodono ha sghignazzato acida: “Ah! E lei è professore e non sa nulla dell’ OFFA?! Ma dove vive?! Commissione Anomalie Frequenti dell’Offerta Formativa! Se ne convinca, caro lei! Lei è un evidentissimo caso di DSI. Si curi!”. Sbalordisco, “Che sarà mai un DSI?”. Mi giro, vedo la vicepreside Mezzotrono, ha un sorrisetto tra il viscido e il cameratesco. Era lì a due passi, ha sentito tutto. “Scusa, cos’è un DSI?”. “Cavoli! Non lo sai? Ma tu, da che stella di natale scendi? Disturbi Specifici dell’Insegnamento, son due anni che se ne parla. Comunque son robe lente, e non è detto che si arrivi al CID (Inidoneità Didattica Certificata). Ma santa pazienza! Un tocco di furbizia, cribbio! Vuoi un consiglio? Vai sul sito del Ministero e scaricati il pdf del GRIDA (Guida al Recupero dell’Inclusività Didattico-Affettiva); e, intanto, prendi questo”. Mi passa un biglietto. È l’indirizzo di Zhang Fan Fan, il sarto del preside. È destino. Vestirò cinese.
Giovedì: giorno libero, passeggiata al mare. Incrocio Tazza, ex collega di matematica, in pensione dal ‘92, ottanta ben portati, formidabile conquistatore di supplenti. Uomo mai sfiorato dal dubbio. Da anni, regolare e implacabile, mi fa sempre la stessa domanda, “Colleghe carine?”.
Venerdì: fine delle lezioni, sto uscendo quando mi viene incontro, con bieca scartoffia da firmare, la bidella Fattapposta: “Professore, c’è posta per lei! Commissione VATER!”. Noto accenno di sorriso a mezzo labbro, guardo la sadica, emetto flebile “Ah…”; firmo, metto in tasca. A casa leggo: la Commissione Vigilanza Attinenze Territoriali comunica che i programmi da me svolti fanno registrare un Tasso di Attinenza Territoriale (TAT) dello 0,5%; tra i più bassi. Dovrò, pertanto, “correggere al più presto l’impostazione socio-didattica, valorizzando i legami globale-locale, ed evitare eccessi di astrazione non coerenti con una didattica olistico-competenzialista”. Deve essermi comparsa in volto leggera meraviglia; ma nessuno l’ha vista, dato che ero solo. Ehh…me lo diceva il caro collega Mezzasalma - spirato improvvisamente tre mesi or sono - che facevo male a snobbare il progetto, Saperi e sapori: didattiche del post-moderno tra contrada e cyberSpazio. Il cui titolo mi era sempre rimasto oscuro, ma che aveva fruttato ai partecipanti, oltre che ottima reputazione a scuola, una congrua razione di tortelli al sugo di lepre, il giorno stesso della consegna degli attestati. “Roba da leccarsi i baffi!”, aveva commentato il trapassato.
Sabato: collegio dei docenti: importantissime novità dal Ministero. Lepidazzi annuncia che con l’articolo 20 della lungamente attesa legge 45/13, la scuola sarà “rigirata come un calzino”. Sulla base del Primo Inoppugnabile Principio della Didattica (DIPP), secondo il quale, “Se Offrire non sempre è Includere; Includere è sempre, invece, Offrire”, il Ministero notifica che, dall’anno prossimo, il glorioso Piano dell’Offerta Formativa (POF), dopo anni di onorato servizio, andrà definitivamente in pensione, sostituito dal nuovo Piano dell’Inclusività Funzionale. “Signori - scandisce lento Lepidazzi - è cominciata la Scuola del PIF”.
venerdì 28 giugno 2013
Questione di uretra
Accaldate signore, dai salotti prestate alla politica, certificano disperate che nove milioni ancora lo votano. La bella marocchina, a pieni voti laureata in “senso pratico”, testifica “sua sponte” (il “Mavalà” rivede la forma) che negli eleganti dopocena del Principe, sexySuore danzavano, giarrettiere nel sottotonaca (il teste è a favore: sarà il caso crederle). Sul punto, irosi cortigiani di forte taglia e labbro dipinto (periodicamente accennanti bonarie tirate d’orecchie al Satrapo, onde apparire liberi), buttandola in confusione tuonano che processi alla “vitalità” non se ne fanno. Harem privati? disordini notturni? balli e amorazzi? Affari suoi. Dove sta il “penale”? Inossidabili arnesi rotti ad ogni servizio, camaleonti vicini a decrepitezza, a mille stagioni sopravvissuti, sibilano con smorfia obliqua di “pericoli per il quadro politico”. Come dire, “nulla ci fotte - sappiatelo - di barca comune, periglioso mare e aguzzi scogli; e dunque, attenti a voi: “chi tocca il Sire, muore”. Intanto, ossuti gazzettieri di famiglia, militi d’assalto gelidi in volto, arditi del Principe, pugnale fra i denti e schizzo di veleno sulla lingua, argomentano che le milionate parlan chiaro: quando uno nasce “fuoriclasse” (e lui “lo nacque”), nessuna meraviglia che rivali dappoco friggano e brighino per levarselo di torno. Ora, a noi moralisti, pedanti, senza spirito, nonché rosi da inconscia invidia per il SuperUomo, sia concesso di abbandonarci un attimo a frivola e astrusissima fantasia intorno ai nove sopraddetti milioni; e, per statistica probabilità, di immaginarne uno - uno e soltanto uno - cui sia toccata in sorte una bella stenosi uretrale grave col danno aggiunto di complicanze serie; spinoso malanno chirurgico, “bubua”, ci dicono i medici, che solo risolvesi con audace taglio al basso addome, “cielo aperto”, nonché sapienti dita avvezze a carezzar e ritoccar microstrutture. Che farebbe - chiediamo - lo sfigatissimo individuo qualora, di tutta botta, scoprisse che attorno al noto chirurgo deputato al laborioso maneggiare, aleggia fama di “disordini notturni”? (con o senza sexyInfermiere). Sudori freddi, immaginiamo; tremori, persino; e tempestosissimi dubbi. E ben si capisce. Di privata uretra, tratterebbesi. Mica di “imu” di tutti.
Gigi Monello
Gigi Monello
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