domenica 7 ottobre 2012

40 anni al collasso




Un’altra estate è passata e nulla pare veramente cambiato. Supermercati traboccanti, climatizzatori a mille, prurigini esotico-turistiche, montagne di cibo sprecate, fiumi di energia dissipati in inutili fantasmagorie e modestissimi baccani rituali. L’opulento occidente tira dritto per la sua strada, quasi che il gioco debba non finire mai e la formula funzionare in eterno: i ricchi godono, i disgraziati piangono. La novità è che nel villaggio globale nessuno è così povero da non potersi permettere un vecchio televisore o un’ora di internet con cui affacciarsi un momento sui “quartieri alti”, e chiedersi “perché a me no?”. Dice il saggio che un nordamericano consuma 32 volte di più di un kenyano, e che il vero problema, oggi, non è tanto l’aumento della popolazione (in rallentamento, ma destinata comunque a toccare gli inquietanti 10 miliardi del 2100) quanto la volontà di tutti i terrestri di raggiungere gli standards dei più fortunati. Cosa che, se succedesse, richiederebbe altri 4 pianeti-terra oltre quello che già divoriamo. Surriscaldamento globale, clima impazzito, siccità, deforestazione furiosa per fare spazio ai bovini necessari per ingozzarci di carne, oceani sempre più acidi, montagne di rifiuti, scorie radioattive praticamente eterne, un’isola di detriti di plastica che galleggia al centro del Pacifico. Pare che abbiamo tirato troppo la corda e che sia ora di dire chiaro “le cose come stanno”. Dice il saggio che il limite è lontano 30-40 anni; 30-40 anni ancora di questo andazzo e la soluzione del problema si sposterà dalle mani degli uomini alla forza delle cose: epidemie, carestie, guerre, migrazioni fuori controllo, rivolte, odio di classe, violenza diffusa, autoritarismi, razzismo, genocidi, crollo demografico. È già successo altre volte, e sembra non sia bello passarci. Dice il saggio che l’unica via d’uscita ragionevole è un congruo abbassamento dei consumi dei ricchi e un sostenibile innalzamento di quelli dei poveri. Abbattere volontariamente l’idolo stolto della crescita infinita, prima che sia esso a caderci addosso. È il monito che un distinto professore di Los Angeles dallo straordinario talento multidisciplinare ha racchiuso in un libro meritevole di essere più letto. Per un primo approccio nel web: “2050, la nostra scadenza”. Dove, con l’implacabile pacatezza dei saggi, Jared Diamond spiega (in italiano) come e perché stiamo arrivando al “Collasso”.

                                                           
                                                                                                                      Gigi Monello

mercoledì 11 luglio 2012

vecchio grillo parlante


Il nuovo avanza ad un ritmo travolgente. Solerti sondaggi degli umori nazional-popolari dicono 15%. Le vecchie mummie della politica sono avvisate: il popolo è stanco, l’onda cresce. Credere in qualcosa di nuovo è come amare, sviluppa dopamina, produce euforia: Grillo è simpatico, schietto, diretto; sentirlo dà un senso di liberazione, parla chiaro, è scomodo. Loro, invece, le vecchie mummie, sono ripugnanti, caricaturali, ladre, brutte a vedersi, incomprensibili. Tutte uguali. Il messaggio è fluido, spiritoso, seducente. Ma non è vero. Se in Italia la scuola avesse funzionato in modo anche solo decente, conservando il ruolo di costruttrice di senso logico e mediatrice dell’esperienza del passato, forse discorsi “di pancia” come questi avrebbero meno presa. Se una demenziale illusione non l’avesse trasformata nello spazio tuttofare che è diventata, forse molti di più saprebbero che di fenomeni demagogico-qualunquistici pullula da sempre il patrio suolo; e che imbastire eccitanti avventure personali sopra gente incantata, è antichissima specialità nazionale. Esempi famosi? Catilina, Cola di Rienzo, Savonarola, Masaniello, Mussolini, Giannini, il recentissimo Silvio. Nelle dichiarazioni dei demagoghi ricorrono tratti inconfondibili: vaghezza, iperbole, adulazione, uso disinvolto della logica. Scorrete il programma di Grillo. Guazzabuglio pirotecnico. Si va dalle leggi pubblicate sul web con tre mesi di anticipo sulla approvazione (“perché i cittadini possano commentarle”) alla creazione di parcheggi condominiali per le biciclette (obbligatoria?); dalla disincentivazione della produzione di acqua in bottiglia (tutti a bere dai rubinetti?) ai pesanti tagli alla spesa pubblica (rigorosamente accompagnati da sussidio statale a tutti i disoccupati); “en passant” si aboliranno Eni, Enel, FFS, Telecom (al loro posto? Si vedrà). Naturalmente ce n’è anche per la scuola. Dopo la berlingueriana, la morattiana e la gelminiana, ecco la riforma grilliana: “graduale abolizione dei libri stampati e quindi loro gratuità con l’accessibilità via internet in formato digitale”. Fantastico. Digitali o no, i libri li scrivono gli esperti; e costano anni di lavoro. Li regaleranno? Un greco scrisse una volta che i demagoghi stanno ai politici come i cuochi ai medici. I cuochi allettano il corpo. I medici lo curano.


                                                                                                                        Gigi Monello 

                                                                                                        

venerdì 15 giugno 2012

Il tubo rotto e le metafisiche


Li ho trovati che stavano riformando. Li lascerò che staranno riformando. Ho passato l’intera vita professionale a leggere di riforme. Lo considero un mondo surreale, a sé stante. Qualcosa come il mondo dei miti, una dimensione rarefatta, dove i grandi apparati delle Riforme vivono di vita propria, come giganteschi animali alieni.
Mentre le vicende storiche delle Riforme si svolgevano in quel SuperMondo, io, nel mondo degli oggetti fisici (lavagne non-scrivibili, gesso sbriciolato, rumori molesti, pareti di cartongesso, circolari insulse, eccitazione da viaggio, visite, conferenze, sportelli e “giornate”), io tentavo di insegnare. Ho fatto un calcolo approssimativo: in 30 anni mi saranno ormai passati davanti qualcosa come 2000 alunni. Mentre io facevo il lavoro sporco, gli “esperti” ristuccavano il mondo. Lo dichiaro apertamente, sentir parlare di riforme mi dà la nausea.

Quando ho iniziato grandinavano sperimentazioni e la parola magica era “Brocca”. Età di sogni e fatiche sprecate. Ricordo colleghi ormai sull’orlo della giubilazione, agitarsi euforici attorno al “progetto giovani” (una delle mode del momento); o svenarsi a difesa di un proprio rigo da inserire nel Pei. Era il tempo in cui iniziava l’effervescenza “da informatica”, cresciuta sino a diventare febbre. A un certo punto sembrò che più computer ci mettevi dentro, più la scuola migliorava. In automatico.
Verso il ’94 la già scassata baracca perse gli esami di riparazione. Era un piccolo, usurato argine, ma ancora reggeva. Venne demolito e sostituito coi “debiti”; con tutto il seguito che ben conosciamo. Poi, con la smania di cancellare Gentile, arrivò Berlinguer. Teorico verboso dell’epocale spostamento: dal docente al discente; dall’aula al territorio; dai programmi alle attività. Non ricordo ebbro diluvio di parole pari a quello. Sino allo sfinimento dovemmo ascoltare il magico risuonare delle formule: scuola-azienda, studente-cliente, preside-manager, offerta, progetti, successo formativo. Il professore non più “davanti, ma accanto allo studente”. Anni di smaniare confuso attorno all’idolo del “nuovopurchessia”.

Ricordo Collegi dei docenti passati ad approvare praticamente tutto; nella selva delle braccia levate-approvanti c’era ogni umano profilo: l’ilare-scettico, il frustrato-invidioso, il furbo obolo-calcolante, il gloria-bramoso, il rassegnato-schifato, il quieto-vivente, il servile-dirigente-prostrato, il pigro-senza-vergogna. Passava di tutto, dalle piante officinali ai laboratori teatrali, dal body building all’ Intervistiamo le nostre nonne, dalla visita al salumificio-modello alla psicologia dinamica alla scientology (rammento un leggendario progetto “Sviluppiamo i talenti”, illustrato con un linguaggio che neppure Ron Hubbard…; e un'altra memorabile perla dal titolo wertmulleriano, il progetto, “Senza carezze non si può camminare a petto in fuori”). C’erano, poi, le invenzioni assolute: ricordo ancora l’ilarità incontenibile di una sera in cui il dirigente ci parlò dei “professori-antenna”, destinati a captare, in esclusiva, non ricordo bene che cosa. Per un attimo vidi la Scuola Radio Elettra di Torino. Un’ orgia demenziale. Me l’hanno fatta odiare la parola “progetto”.

Venne la Moratti, con le sue legioni di esperti e teoreti, e col suo nuovo diluvio di acronimi. Ricordate? Osa, Ofp, Psp, Lep, Ua, Pecup, Larsa. Campano ancora? Vegetano? Sono morti?

Ne sono convinto: esiste una fisica ed una metafisica della scuola. Fisico (molto fisico) è stato quel tubo rotto del bagno accanto alla mia quarta, che per un anno intero ha funestato le mie ore in quell’aula. Vibrava ad ogni scarico, con elaborate modulazioni corrispondenti ai diversi stadi di riempimento della vaschetta. E fisici (molto fisici) sono i colleghi che, puntualmente, a fine quadrimestre (e a fine anno) si portano gli alunni in sala professori o in altri angolini liberi, perché, “oddio! non ho voti!...vogliono rimediare…devo interrogarli…”. E fisiche (molto fisiche) quelle poche disperate ore pomeridiane con le classi d’esame, perché, “il compito di matematica? questi? neppure metà, ne fanno…”. E fisicissime le corse penose e trafelate, a Maggio, per “finire il programma”. Già, i programmi: Loro Altezze Riformanti mi perdonino se dico parolacce. I Programmi: cioè tutte le storie dei migliori uomini che ci hanno preceduto; e che, nella scuola, ancora vivono.

Sublime metafisica, è stato, invece, quel lungo declamare su “tramonto dell'idea di classe”, "fluidificazione dei contenuti", "destrutturazione della didattica disciplinare" (mai sintesi più perfetta del vacuo e dell’ opulento); come metafisicissima resta quella buona ora e mezza passata in Collegio a parlare di quali funzioni-obiettivo introdurre e quali requisiti richiedere ai candidati (lo confesso, mi hanno cambiato la vita, le “funzioni-obiettivo”); e le ricorrenti, micidiali dispute sui “criteri di valutazione”; che – non sia mai! – debbono tendere alla uniformità, “fatta salva l’ autonomia di ogni docente e consiglio di classe”. Come dire, “Colleghi, siamo diversi, e tali resteremo”.
“Dobbiamo stabilire i criteri…”, la risentirò in punto di morte la fatidica frase. Ma sarà troppo tardi.

Mentre io, nel fuoco di un’aula, mi lavoravo i cervelli dei piccoli scimpanzè evoluti, e me la vedevo con i loro potenti spiriti animali; loro, gli “esperti”, si inventavano osa, pecup e larsa. Mentre io mi giocavo l’azzardo di una lezione frontale, loro declamavano ad altezze stratosferiche circa la superiorità delle competenze sulle conoscenze; del saper fare sul sapere. E che arzigogoli dialettici! che dire forbito! che dispute! che sottigliezze, per spiegarci che gli inerti contenuti non bastano; occorre formare “menti critiche”. Un “grazie” di cuore ai nostri Teoreti; senza di loro non ci saremmo mai arrivati.

Mentre io, cercando l’urto di una parola capace di toccare una corda profonda, gli parlavo della singolarità di Auschwitz, loro istituivano Giornate Ufficiali della Memoria e promuovevano il turismo di massa in Polonia; con studenti che passano con auricolari e lettore mp3 sotto il ferreo arco dell’ “Arbeit macht frei”; e mangiano patatine in pieno lager. Non è che, per caso, rileggere Anna Frank o Primo Levi nella solitudine di un pomeriggio a casa, sarebbe assai meglio? Tornare, cioè, a quei privati andirivieni della mente dove soltanto si formano coscienza e intelligenza?

Anche quest’anno ho insegnato. Anche quest’anno, convinto che la scuola sia più un “dentro” che un “fuori”, più un viaggio mentale che tante piccole fughe. Intanto il tubo vibrava. Verso Aprile mi sono sfogato con un giovane bidello; e ho fatto un po’ lo spavaldo, “se mi date una chiave, lo stringo io quel dado…”. Vittorio mi ha smontato, “No, professore, non è solo il tubo che vibra, è l’intera campana…è successo anche a casa mia.” Non distinguevo tubo da campana. Mancava la competenza.

                                                                                           
                                                                                         Gigi Monello

sabato 2 giugno 2012

La penombra del prof


Grande fermento negli ambienti dei consumatori abituali di rivoluzioni copernicane nella didattica. È in arrivo una vagonata di LIM. Per chi non lo sapesse, LIM sta per “Lavagna Interattiva Multimediale”: un grande schermo che, mediante videoproiettore, riceve da un PC tutto quanto desiderate; e diventa, all’occorrenza, pannello di navigazione in rete o lavagna tradizionale. Basta far scendere la penombra e il gioco è fatto: il nativo digitale è bello che catturato, preso, immobilizzato e inebetito con le sue stesse armi; l’elettronica multicolore che gli riempie le tasche. Fenomenale. In Sardegna, anni fa sentimmo a lungo parlare di “Marte”. La sigla stava per “moduli di apprendimento su rete tecno-educativa”; confesso di avere sempre coltivato il sospetto che chi inventò l’acronimo, pensò prima ad un suono suggestivo e solo qualche ora dopo a cosa dovesse esattamente significare. Si trattava, in sostanza, di immettere massicce dosi di internet e multimedialità nella didattica quotidiana. Il tecno-professore alle prese, puta caso, con l’ironia in Socrate o la provvidenza in Manzoni, doveva guidare ricerche di gruppo tese a realizzare elaborati da scambiare, poi, con le classi sorelle nel web. Ricordo ancora una nauseata collega di matematica, “marziana per caso”, che raccontava che mentre lei interrogava, tutti gli altri erano a farsi gli affari loro su Internet. “Didattica flessibile”, “fluidificazione del concetto di classe”. Se chiedete in giro di “Marte”, vi indicheranno il cielo. Svanito nel nulla. Evaporato. Ora è la volta delle LIM. Non ho nulla contro la tecnologia. Anzi. Il punto è che faccio parte di quella categoria di privilegiati che, a differenza di metodologi e venditori, il piedino dentro le aule ce lo mette ogni giorno; e dei nativi digitali ha diretta esperienza; quanto basta per nutrire fierissimi dubbi su queste svolte tecnologiche. L’overdose di stimoli visivi e il caos di messaggi dentro il quale gli adolescenti vivono, pongono, infatti, problemi di segno opposto; siamo oramai di fronte ad un atrofizzarsi degli spazi mentali e ad un affievolimento del pensiero astratto. Per convincersene, i “nativi” bisogna ascoltarli, e soprattutto leggerli (se prima riuscite a decifrarli). Le LIM? Attacchino pure ai muri l’ultimo ritrovato. Magari a due metri da una serranda rotta. Lo userò anch’io. Non ci raccontino, però, la favola che saranno le LIM a salvare la baracca. Conosciamo troppo bene i nostri guai.



                                                                                                                      Gigi Monello

venerdì 20 aprile 2012

due P

Due grandi liturgie della “P” segnano inizio e fine di un anno scolastico. Ad Ottobre il docente presenta la Programmazione. A Giugno consegna i Programmi. La prima volta teorizza di metodi, obiettivi, “fabbisogni orari”. La seconda dichiara “il fatto” (e lo firma). In mezzo c’è l'anno scolastico, con le sue tante pieghe avventurose. Non ho mai stravisto per la programmazione; forse perché ho vissuto in pieno la sovreccitazione degli anni delle tassonomiche declamazioni, quando di certi colleghi era lecito sospettare che leggessero Bloom anche dal barbiere. Ho continuato, invece, a nutrire rispetto per i programmi, che ho sempre sentito come momento di verità. E che non vivono giorni facilissimi. È un dato oggettivo che una grande varietà di attività extra erode di fatto il monte-ore destinato al lavoro “disciplinare”. Un po’ perché atterriti dal mutamento antropologico degli adolescenti, un po’ per stanchezza, un po’ per paura di procurare frustrazione, un po’ perché questo pare lo “spirito del tempo”, un numero considerevole di insegnanti ha accettato (magari con qualche mugugno) questa impostazione; dimodoché i 200 fatidici giorni di lezione convivono oramai stabilmente con “orientamenti”, conferenze, viaggi, incontri, giornate a tema, spettacoli, visite, corsi, “laboratori”, sportelli, questionari, progetti. Ovviamente non si tratta di stabilire se tali attività abbiano o meno valore culturale; in assoluto, quasi sempre lo hanno; si tratta, piuttosto, di misurare la loro “efficacia” in rapporto allo scopo principale di una scuola; in una parola, di sapere se i vantaggi non siano per caso inferiori agli svantaggi. “Impossibile fare diversamente -si sente ripetere- i ragazzi di oggi devi prenderli così”. E potrebbe anche essere. Solo che mi rimane un dubbio: siamo proprio così sicuri che quando ci dicono di non volere provare frustrazione, gli adolescenti ci stanno realmente dicendo la verità? Se spingo il pensiero indietro rivedo Carlo Melis, straordinario professore di filosofia, morto pochi giorni fa, a Cagliari, di anni 98; e rivedo quel suo terribile aggirarsi tra i banchi del Liceo Dettori anni ‘70; e quel suo ancora più terribile bloccarsi all’improvviso per rivolgere ad uno di noi un secco, “Continua”. Sì, certo, ne somministrava di bella frustrazione, Carlo Melis ai suoi allievi. Ma che scuola.

Gigi Monello

martedì 6 marzo 2012

Professori & papere




C’è, in Tv, un’allegra trasmissione di capitomboli, urti e sbattimenti. La ammannisce una rete privata; è longeva e apparentemente innocente. È “Paperissima”, la gaia rubrica di disgrazie ed accidenti vari con sottofondo di risate e marcette.
Mi sono preso la briga di seguirne una intera puntata di mezzo Agosto; eccone il menu: 1) due giapponesini giocano gentilmente a puntarsi l’emissione di un phon direttamente in faccia; 2) motociclette schizzano a pazza velocità con cadute rovinose dei piloti; 3) leone scorreggia, con abbondanti materiali escrementizi gioiosamente proiettati a distanza; 4) acquascooter finisce a folle velocità su una riva piena di gente; 5) piccola rissa tra bambini per motivi non chiari; 6) altalena si ribalta, con piccolo utente che cade a terra di testa; 7) improvvisa frana di ghiaccio e neve davanti a porta finestra, con bambina che sobbalza; 8) gentile intermezzo: veline con grosse tette che ballano; 9) bambina si leva una caccola dal naso e la infila nella bocca della bambola; 10) bambina sputa, per ritorsione, in faccia all’amichetta rea di averle spento la candelina sulla torta del compleanno. Ecco una trasmissione televisiva di successo, nell’anno del Signore 2009.

C’è un verosimile, scellerato legame tra cose come "Paperissima" e la diffusa, incancrenita indifferenza alla bugia di questi nostri tempi. In tutte le sequenze vi è un comune dettaglio: tutti i filmati sono tronchi: mancano delle conseguenze. È impossibile vedere cosa sia accaduto “dopo”. Ovvio il motivo. Il pianto disperato di un bambino, un tizio semisvenuto caricato sopra una barella, una ferita sanguinante, una faccia stravolta, guasterebbero la festa; la facilona risata di massa non scatterebbe spontanea. Una parte di realtà non si deve vedere. Ha questo magico potere, la Tv: ti sprofonda nell’immediatezza emotiva; dà quel che piace; taglia ciò che disturba.

È troppo "estremista" vedere una continuità tra l’attuale spappolamento mentale e morale delle nuove generazioni e la vittoria di questo genere di televisione? Forse no.
La faccenda, del resto, non comincia da ieri. La grande opera di “decerebrazione di massa” inizia con cose come “Drive in”, “Colpo grosso”, un certo talk show sbraitato alla Costanzo e alla Funari (dove conta il ritmo più che il contenuto). Va avanti beatamente con le “LitiInfamiglia”, “IgiochiDelleCoppie”, gli “Stranamori”; gli “SgarbiQuotidiani”, le “CarrambeCheSorpresa” (la Tv della “commozione Prêt-à-porter”). Continua a prosperare indisturbata con certe sconcezze degli ultimi tempi, le “PostePerTe”, gli “Amici”, i “PacchiDaAprire”, “LeEredità”; sino ad arrivare ai supremi vertici dell’idiozia di massa: i “GrandiFratelli”, le “IsoledeiFamosi”. Come dire, il puro “nulla” trasformato in qualcosa.

Era mai possibile che simili quantità industriali di autentico pattume, rovesciate per decenni addosso a vecchi, giovani e bambini, potessero restare senza conseguenze? Che una tale incessante, martellante, estenuante educazione alla futilità e alla banalità, non desse alla fine un risultato “sociale”?
Tutti, nell’ambiente Rai, sanno benissimo come andarono le cose. Le tv private nacquero e si affermarono selvaggiamente, dentro un torbido clima di favori, protezioni e scambi. Offrendo prodotti “facili”, si conquistarono velocemente fette sempre più cospicue del mercato della pubblicità. La Rai per non farsi staccare, si adeguò. Il risultato è di fronte agli occhi di tutti; un crollo generale e verticale della qualità; mattina, pomeriggio e sera.

Se qualcuno ancora stranisce di fronte all’inselvatichimento di tanti adolescenti, al loro imbalordimento, evidentemente è perché non afferra cosa è accaduto nella Tv di questi ultimi trent’anni. Un modello è stato dato: chi doveva, lo ha recepito, introiettato, moltiplicato. Si dirà che la Tv non ha fatto tutto da sola. E sarà pure vero. Ma certo, la sua, resta una responsabilità centrale.

Sino agli anni ’70, la accendevi e ci trovavi Manzoni e Dostoevskij, Verga e Dickens; i reportage di Gregoretti e Soldati; gli “Specchi segreti” di Nanni Loy, “le Tv7”, “le Odissee”. Accendi oggi e ci trovi Antonio Zequila - noto er mutanda -, Malgioglio, la contessa De Blanc, Giada, Platinette, Corona & Belen, Costantino, Simona Ventura; nonché l’immancabile ex miss Italia, nella veste di opinionista. Un tempo ci trovavi Gassman e Mastroianni, adesso Bonolis e Laurenti, le battutacce grevi, una continua, ossessiva, sfiancante allusione al sesso. È la tv “moderna”: un inesausto festival di pulsioni ed “effimero”: gare tra adolescenti rancorosi e arrivisti (De Filippi); salotti con la bava alla bocca (Sposini, Giletti, D’Urso); telerisse quotidiane spacciate per approfondimenti; Gabibbi, finta satira, veline biondo/more/sculettanti. Un caravanserraglio sguaiato, grottesco, demenziale.

Il mutamento antropologico è stato profondo, molecolare, devastante. Il gusto ha virato verso un edonismo volgare e facilone. Per il quale, certo, non mancava, nella nazione, una qualche storica predisposizione. Che andava, però, combattuta e corretta; e che si è invece cinicamente assecondata e sviluppata. Col bell’effetto di mandare in malora i cervelli.
Questo trash televisivo ha abituato lo spettatore ad un pensare “piccolo”, “facile”, “semplice”. Ha vellicato le cose più tristi, banali, squallide: la passione per le lotterie, il gossip basso, le liti in famiglia, le storiacce di corna, la superstizione, gli oroscopi, la dea bendata, le dietrologie emotive, la curiosità per le altrui perversioni, il sesso ubiquo, ad ogni ora, momento ed occasione; la voglia di lusso, di esteriorità sfrontata; di successo, di “apparire”.

Accendi, giri un po’ a caso, e subito ti imbatti in rubriche giornalistico/gossipare dove il tema è un classico, “cosa ne pensate di una relazione dove lei è vent’anni più vecchia di lui? Oppure, “come giudicate i rapporti sessuali tra minorenni”? E, qui, giù fiumi di luoghi comuni e frittura retorica; con una schiera di tuttologi sbavanti e sgomitanti, avidi di scena e visibilità; con l’immancabile, tristissimo esperto, pronto a mostrare la copertina di un libro. Prurigine, voyeurismo, curiosità, voglia di chiacchiera frivola e futile. Ecco il prodotto televisivo dominante.

Di recente ho visto una bella rievocazione della figura di Antonello Falqui; il regista; quello, per intenderci, di Studio Uno; di Mina, Panelli, Walter Chiari, Bice Valori, Luttazzi, le Kessler. Sono scorse sul video molte vecchie cose, pezzi da antologia dell’umorismo, vecchie canzoni, ospiti celebri; molti visi scomparsi, molte parole, molta nostalgia. Molta tenerezza per una Italia che non c’è più, e che sembrava stesse diventando migliore. Fulminante, nella sua essenzialità, l’affermazione di un intervistato (non ne ricordo il nome), “A quei tempi, chi stava in Tv era migliore di chi la vedeva”.

È la pura e semplice verità. La televisione di allora, assomigliava in qualche modo alla scuola. E come chi saliva in cattedra era (doveva essere), in genere, migliore di chi stava ad ascoltare; così in tv.
Oggi quella alleanza di fatto non esiste più. Non c’è più un convergere verso uno scopo all’incirca comune: migliorare, raffinare; coltivare ironia, buon gusto, senso della complessità. In quella vecchia Tv, ascoltavi l’italiano parlato da un signore come Andrea Barbato. E imparavi come a scuola. E capitava di sentirvi molti congiuntivi e molte “negazioni delle negazioni”. C’è differenza tra dire, “possibile”, e “non impossibile”.

Oggi, ahimè, è la scuola ad assomigliare alla televisione. Offrendosi goffamente come contenitore di mille piccoli allettamenti, essa è riuscita nella bella impresa di sfigurare e mortificare la specificità intellettuale degli insegnanti.

Di tutto questo ben coltivato disastro si è ben saputo approfittare. Tutto il magma torbido di un certo spirito furbesco–anarcoide–autoritario dell’italiano medio (maledizione quasi metastorica), è stato perfettamente intercettato dalla nuova sottocultura politica uscita dal collasso della Dc. La grande abilità di questa vischiosa e sciagurata cosa che è il tele/populismo, consiste proprio in ciò: nell'aver saputo mirabilmente coniugare paure più oggettive (criminalità, insicurezza, immigrazione, percezione di un crescente “disordine”), con antiche tendenze mentali: superficialità edonistica, inclinazione alla semplificazione, praticismo gretto.

Qualche anno fa, divenuto leader politico e sul punto di affrontare per la seconda volta Romano Prodi, l’artefice sommo del successo di questa Tv, sentenziò con feroce candore, “Non fidatevi di un professore”. Più chiaro di così.


                                                                                                                     Gigi Monello

 

(lunedì, 07 dicembre 2009)