Prima di fare il preside, Claudio Cremaschi ha fatto l’insegnante di matematica. E si vede: il suo libro (“Malascuola”, Piemme, 2009) è pieno di numeri. Conosce bene la “macchina” di cui parla, e con spregiudicatezza ne racconta distorsioni, sprechi, piccole furbizie, qualche divertente amenità. I numeri si mescolano agli aneddoti. L’autore immagina di essere il Ministro dell’Istruzione e di avere in mente una sua riforma della scuola secondaria; il gioco si spinge sino alla stesura di un formale “articolato” in quattro punti. L’asse portante della riforma Cremaschi si può così riassumere: settimana corta (dal lunedì al venerdì), anno scolastico lungo (dal 1° settembre al 30 giugno). Uno spostamento delle quantità, a saldo finale immutato: 200 giorni di lezione per 1000 ore “medie” passate in classe dagli alunni; il tutto distribuito su 40 settimane anziché sulle attuali 33. Docenti a scuola per complessive 25 h (lo stesso tempo degli studenti), di cui 18 in classe, il resto a disposizione. Vantaggi sicuri: 1) tempi di apprendimento meno congestionati; 2) docenti utilizzabili per supplenze (nelle loro classi) e utilità didattiche varie; 3) snellimento del carico delle discipline a seguito soppressione del sabato a scuola (“studiare meno, studiare meglio”); 4) fine della maldicenza: “lavorano solo 18 h”; 5) fine delle epiche contese per il “giorno libero”. Svantaggio certo: perdita del 17% dei posti di lavoro (82000 esuberi), causa eliminazione delle 5 h del sabato; danno convertibile in immediato beneficio: i 5 miliardi risparmiati tornano nel sistema come aumento degli stipendi dei docenti (con altri “aggiustamenti” si va vicini al raddoppio). Come si vede, una scuola rigirata come un calzino. A parte il “dettaglio” esuberi, funzionerebbe la cura Cremaschi? Forse. A patto di ricordarsi che accanto ai numeri esistono i “santi andazzi”. Ottimizzare lo schema senza introdurre regole chiare sul “vissuto quotidiano”, servirebbe a poco. Inutile razionalizzare il contenitore se poi ognuno ci continua a mettere quello che vuole. Un solo esempio (potrei farne 101): estemporanei pullman davanti ai muri di un Liceo, scolaresche in ansimante imbarco; attesissima conferenza, illustre ospite, evento unico, opportunità imperdibile. Carlo Rubbia? No. Vittorio Sgarbi.
Gigi Monello
mercoledì 19 giugno 2013
sabato 8 giugno 2013
Il vuoto dentro i gavettoni (Giugno 2008, Reprise)
Ultimo giorno di Scuola. Succursale di un Liceo qualunque. Clima di vacua, selvatica festosità. Di passaggio, intravedi banchi uniti a formare buffet; patatine e coca cola.
La maggior parte dei docenti simpatizza: "So' ragazzi!".
Certo, qualche sfigato deve ancora "dare l'interrogazione"; ma, nel caso, per queste "cose" c'è sempre la sala professori. Insomma è l'ultimo giorno! Ma che pretendiamo ancora! Finiamola con il moralismo. Come disse una volta il massimo esponente della mezza dozzina di "rivoluzioni copernicane" fatte vivere alla scuola in un fatale quinquennio, "bisogna stare non davanti ma a fianco degli alunni".
La scuola è cambiata. Come tutto del resto. Oggi imparano in mille impensabili maniere. Sono i ragazzi del Web. Loro scaricano. Bizzarra metamorfosi di una parola: tanti anni fa, si associava al mestiere più distante possibile dal mondo degli studi; anzi, qualche grintoso prof vecchia maniera, arrivava pure a dire, "Ma vai a fare lo scaricatore!".
Secoli fa.
Ore 10: cominciano i primi lanci. Gavettoni, bombette, schizzi. La tribù elettronica, tutta internet, cellulari, ipod, celebra i Riti del Nulla. Hanno scannato pagnotte tutto l'anno. Fatto il viaggio di istruzione (patrimonio indisponibile dell'umanità). Guadagnato tra indicibili sofferenze un 5. Ora finalmente si rifanno.
La maggior parte dei docenti simpatizza: "So' ragazzi!".
Certo, qualche sfigato deve ancora "dare l'interrogazione"; ma, nel caso, per queste "cose" c'è sempre la sala professori. Insomma è l'ultimo giorno! Ma che pretendiamo ancora! Finiamola con il moralismo. Come disse una volta il massimo esponente della mezza dozzina di "rivoluzioni copernicane" fatte vivere alla scuola in un fatale quinquennio, "bisogna stare non davanti ma a fianco degli alunni".
La scuola è cambiata. Come tutto del resto. Oggi imparano in mille impensabili maniere. Sono i ragazzi del Web. Loro scaricano. Bizzarra metamorfosi di una parola: tanti anni fa, si associava al mestiere più distante possibile dal mondo degli studi; anzi, qualche grintoso prof vecchia maniera, arrivava pure a dire, "Ma vai a fare lo scaricatore!".
Secoli fa.
Ore 10: cominciano i primi lanci. Gavettoni, bombette, schizzi. La tribù elettronica, tutta internet, cellulari, ipod, celebra i Riti del Nulla. Hanno scannato pagnotte tutto l'anno. Fatto il viaggio di istruzione (patrimonio indisponibile dell'umanità). Guadagnato tra indicibili sofferenze un 5. Ora finalmente si rifanno.
Evviva il casino demente! Evviva il giocaccio! Lo fanno dappertutto. Perché noi nulla? A Roma uova e farina! Che vi frega di un po' d'acqua? Forza raga! Che stasera carichiamo tutto su Youtube e domani ci guardiamo!
Già, youtube; non c'avevamo fatto abbastanza caso: in fondo realizza il sogno universale di andare in televisione. Nulla è ormai impossibile con youtube.
Il docente con delega del Preside è chiuso in classe. Un collega lo informa. Risponde gelido: "non posso farci nulla". La maggioranza dei prof tollera che molti abbandonino l'aula per andare in cortile. La festa in onore del dio Nulla prende quota. Carnevale generale; tutti in visita da tutti. Solo qualche porta resta sinistramente chiusa. Zitti! sono i "quasi bocciati", quelli con le ultime interrogazioni!
Corrono allegre innaffiature. Abiti zuppi. Poco male: splende un caldo sole. Schiamazzi, rincorse, piccoli agguati. I maschi più fradici gonfiano il petto, hanno la camminata spavalda, ostentano come un trofeo l'esser più bagnati. Cercano gli sguardi delle compagne. Un'attempata ed energica prof sbotta, cerca di reagire, sequestra qualche bottiglia, sbraita, minaccia. Ma è sola, nessuno la segue: la festa continua. Per ore ripetono gli stessi gesti, fanno le stesse cose. Per ore, un liceo come un arenile. E per ore, in tremila altri Licei, staranno succedendo le stesse piccole scene. Tutte uguali. Tutte insulse. Viene in mente il "solido nulla".
Gli adulti non intervengono. Eclisse totale. Ci sono ma non si vedono.
Eppure è ancora un giorno di Scuola. Gli scrutini sono ancora da fare. Gli esami pure.
Dicono i savi che spesso gli adolescenti trasgrediscono anche per mettere "i grandi" alla prova; vedere i loro bluff; capire sino a che punto credono veramente nelle cose che dicono. Dicono i savi che in certi casi è meglio resistergli.
Li guardo ancora. Entreranno nel mondo con l'idea che qui oggi ricevono da noi: una facile festa, dove basta il minimo, i debiti non si pagano, gli esami si superano, il successo è garantito, la furbizia tollerata, la selvatichezza anche.
Mi torna in mente il suggerimento del massimo artefice di rivoluzioni cartacee; "a fianco, non davanti".
Suggerimento impagabile. Oggi vuol dire salvezza.
Il docente con delega del Preside è chiuso in classe. Un collega lo informa. Risponde gelido: "non posso farci nulla". La maggioranza dei prof tollera che molti abbandonino l'aula per andare in cortile. La festa in onore del dio Nulla prende quota. Carnevale generale; tutti in visita da tutti. Solo qualche porta resta sinistramente chiusa. Zitti! sono i "quasi bocciati", quelli con le ultime interrogazioni!
Corrono allegre innaffiature. Abiti zuppi. Poco male: splende un caldo sole. Schiamazzi, rincorse, piccoli agguati. I maschi più fradici gonfiano il petto, hanno la camminata spavalda, ostentano come un trofeo l'esser più bagnati. Cercano gli sguardi delle compagne. Un'attempata ed energica prof sbotta, cerca di reagire, sequestra qualche bottiglia, sbraita, minaccia. Ma è sola, nessuno la segue: la festa continua. Per ore ripetono gli stessi gesti, fanno le stesse cose. Per ore, un liceo come un arenile. E per ore, in tremila altri Licei, staranno succedendo le stesse piccole scene. Tutte uguali. Tutte insulse. Viene in mente il "solido nulla".
Gli adulti non intervengono. Eclisse totale. Ci sono ma non si vedono.
Eppure è ancora un giorno di Scuola. Gli scrutini sono ancora da fare. Gli esami pure.
Dicono i savi che spesso gli adolescenti trasgrediscono anche per mettere "i grandi" alla prova; vedere i loro bluff; capire sino a che punto credono veramente nelle cose che dicono. Dicono i savi che in certi casi è meglio resistergli.
Li guardo ancora. Entreranno nel mondo con l'idea che qui oggi ricevono da noi: una facile festa, dove basta il minimo, i debiti non si pagano, gli esami si superano, il successo è garantito, la furbizia tollerata, la selvatichezza anche.
Mi torna in mente il suggerimento del massimo artefice di rivoluzioni cartacee; "a fianco, non davanti".
Suggerimento impagabile. Oggi vuol dire salvezza.
mercoledì 15 maggio 2013
Il materiale e l'immaginario
A metà Maggio, proprio quando si impazzisce dietro programmi da completare, verifiche da chiudere e tristissime carte da compilare, a perfezionare la magia del momento arriva nelle scuole il Somministratore Invalsi, l'eroe disperato della "misurazione oggettiva". Come pochissimi sanno, "Invalsi" significa, "Istituto Nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione". Che è un bel titolone. Voluto nel lontano 1999 dal ministro Berlinguer, ha vivacchiato anonimo per circa un decennio, per poi riprendersi con la Gelmini, che ce lo rifilò come uno dei segni epocali del suo passaggio. Ha un organico, tra stabili e "a progetto", di un centinaio di persone, una valanga di "giornalieri" (non male pagati), un commissario straordinario piazzato pure in Bankitalia, un'influente dirigente di area CL, e un gioiello di sede ai Castelli Romani (Villa Falconieri, Frascati). Ora, tralasciando l’ovvio (è democrazia, esporsi ai controlli) e il metafisico (il quiz valuterebbe “competenze”), la questione importante sembra un’altra: è veramente questa, oggi, la più indifferibile emergenza della scuola italiana? Ha veramente senso mettere in piedi un gigantesco apparato per rilevare un malanno arcinoto? Quanto costa la mastodontica investigazione? Forse, invece di gingillarsi con cose come l'Invalsi e fare accademia attorno al "sintomo", ministri e rifondatori potrebbero umilmente occuparsi di cose più “materiali”; a cominciare dalla cronica erosione del tempo della didattica ordinaria per opera di una fitta e variopinta batteria di “attività extra”, che da decenni restringe il lavoro d’aula; una compressione che, sommandosi alla crescente “volatilità di ascolto” delle generazioni digitali e al sovraffollamento, fa sì che portare a dignitosa chiusura un anno scolastico sia oramai divenuto pura lotta. Naturalmente gli adoratori del fatto presente, compatiranno queste lamentele; e diranno che sanno di gesso e lavagna, e che la lezione frontale “parlata” è agonizzante, e in cielo riluce l’aurora dell’Era Digitale. E chissà che non abbiano pure ragione. La storia, in fondo, è un continuo innovare. Del resto, dovessero andar male le cose anche con tablet e lim, resta sempre un nuovo “possibile”: trasferire tutto su Facebook. Invalsi compreso.
Gigi Monello
sabato 20 aprile 2013
Il pensiero dominante
Gigi Monello
mercoledì 27 marzo 2013
Guru, Grilli, Bufale & dintorni
Tanto corre di bocca in bocca che prima o poi un cantautore ci costruirà sopra un bel pezzo in stile Jannacci: “Ho visto un guru”. Portata dall’ondata orientalistica fine anni ’60, tra cannabis, rock e trascendentale da salotto, la parolina ha retto bene l’usura del tempo e oggi passa decisamente un buon momento. A seconda dei gusti, “guru” può significare “pesante” (nel senso di “degno”, “rilevante”) o “dissipatore dell’oscurita”, “faro”. In ogni caso è il “maestro”. Ma se l’origine è indiana, per decenni è stato l’opulento occidente la terra promessa dei santoni e delle mille svariate avventure tra business e gnosi. Nel caso pensaste di cercare un guru, tenete presenti i connotati-base: 1) aria vagamente schifata davanti ai discorsi rigorosamente logici, troppo al di sotto di una spiritualità che comunica senza “passaggi”; 2) posa oracolare-ispirata; 3) sorrisetto di sufficienza; 4) aristocratica insofferenza alla critica; 5) capello raccolto a codino (se possibile; ma va bene anche il lungo/scarmigliato). Va da sè che oltre al guru esiste anche il “gurismo”, forte passione originante dal basso e diretta a trovare il protettore magico che ci salvi dai mali del mondo. Celeberrimo caso di “gurismo” fu, da noi, 15 anni fa, la vicenda Di Bella, quando a furor di piazza si ottenne di sperimentare il metodo del professore modenese (persona, per altro, di indubbia moralità), che da tempo sosteneva di poter curare il cancro. La terapia fu bocciata, e, nonostante l’infinito seguito di polemiche, rimane intatta la sostanza dei fatti: 386 pazienti trattati, 3 miglioramenti, lo 0,8 %. Non è un caso, forse, che il Beppe nazionale nei suoi spettacoli (al momento sospesi) usi citare Di Bella come vittima del complotto mondiale di una misteriosa corporazione di oncologi; aggiungendo (tanto per gradire) che l’aids non esiste e i vaccini fanno male ai bambini. Qualche settimana prima delle elezioni, il guru a 5 stelle Casaleggio, eminenza grigia e tenebroso reggitore, incalzato da un cronista sul più classico dei temi, “dove trovate i soldi per…?”, dopo qualche snobistico fraseggio, accennando ad una pagina web, concludeva con tocco sublime, “magari ti mando un link”. Suggerimento imperdibile: ho visto un guru / l’ho visto, sì / se faccio il bravo / mi manda un link.
Gigi Monello
giovedì 28 febbraio 2013
Divagazione quasi seria circa il fanfarone
Il fanfarone, altrimenti detto spaccone o smargiasso, è, in Italia, razza comunissima tanto nelle città quanto nelle contrade, sicché a nessuno è concesso di poter seriamente affermare di non averne mai incontrati.
A voler tentare un azzardatissimo “abbozzo dell’essenza”, potremmo dire che il nostro soggetto è un tale cui mai riuscì di elaborare il lutto di essersi, un giorno, scoperto “creatura”, cioè ente “a scadenza”, vale a dire “comune mortale”; e che, spaventato “a morte” dalla faccenda, “fanfaroneggia per dimenticare”. A buttarla giù semplice e chiara, è come “uno che fischi nel buio per darsi coraggio”. L’apparenza spavalda lenisce l’impervia sostanza.
Ovviamente, aldilà di una certa morfologia morale di fondo, il fanfarone italico non è sempre e dappertutto lo stesso; e ne esistono varianti, sottospecie e sottogruppi, soprattutto in rapporto a: 1) livello di energia psico-nervosa; 2) gusto per l’avventura; 3) grado di pericolosità sociale.
Solitamente innocuo (ancorché assai molesto) sinché attivo nel limitato raggio del suo quartiere (bar, market, ufficio postale, edicola, sportello bancario, farmacia), sul posto di lavoro (ufficio, officina, ospedale, scuola, mercato, tribunale), o in vacanza (spiaggia, ristorante, gelateria, terrazza a mare, discoteca, piazzetta, panchina, pizzeria), il fanfarone diviene gravemente nocivo quando beffardi e fortunosi accidenti della storia ne sollevano uno di speciale energia a ruoli pubblici (leader politico, predicatore religioso, alfiere di palingenesi, tribuno della plebe, vindice degli afflitti, liberatore degli oppressi, svincolatore dei laboriosi, difensore dei depressi, etct., etct.).
Capita allora il peggio che ci si possa immaginare, e cioè che il Cavalier Palloni felicemente incroci le ansie sub-consce della massa degli uomini medi (i più vulnerabili al bacillus fanfaronitis) che, sedotti da ambizione attivistica, sicurezza sbruffonesca, spietata volontà di grandezza, sublime faccia tosta e, buon ultimo, ineguagliabile talento nello spararle grosse, si inebriano dell’avventura, e - non senza intravedere qualche terrena convenienza - investono emotivamente sul vano-borioso, identificandovisi e mandandolo avanti ad osare (salvo disinvoltamente appenderlo per i piedi, una volta caduto in disgrazia).
È in questi casi (cioè quando il micidiale cortocircuito smargiasso-massa/credente si chiude) che possono venire danni seri e per tempi lunghi, andanti dalle annualità ai ventenni, passando per i decenni. Per meglio disegnarne il profilo e dare modo di riconoscerlo ictu oculi tra la folla, aggiungeremo che Monsieur Fanfaronì si picca di saper raccontare meglio di tutti le barzellette, è provetto trovatore di aneddoti, battutista incontenibile, abile storpiatore di nomi, spirito enciclopedico, tuttologo diplomato, nonché - dulcis in fundo - insuperabile inventore di formule di fumosità tale da poter piacere agli arrabbiati di ogni risma.
In genere egli possiede: discreta intelligenza, ottima memoria, cultura media, disinvoltura espressiva, pronto sorriso di bocca, cospicua spudoratezza, fiuto animalesco per l’onda cavalcabile. Risulta inoltre: 1) grosso amatore di donne (sino ad otto di fila); 2) grande tifoso; 3) convinto salutista; 4) nuotatore (sino a tre chilometri continuativi); 5) uomo di buon appetito; 6) fisico di ferro. Tutte cose che lo fanno essere “eterno giovane” e incapace anche solo di immaginare il fatale disfarsi della sua carcassa (che tende talora a fasciare dentro severe uniformi o “doppiopetti” caraceni; e coprire - sempre non disponga di superstite, candida chioma ribelle - con cappelli e “scenose” bandane).
Esaurita la fenomenologia, e passando all’eziologia, ecco venirci incontro l’interrogativo più oscuro, sfuggente, imperscrutabile: e cioè perché mai lo smargiasso tiri, il gradasso prenda, il fanfarone acchiappi, lo sbruffone magnetizzi; e, soprattutto, perché tutto ciò riesca anche con coloro che, a guardar bene, potrebbero pure materialmente rimetterci. Quale, in sostanza, la tenebrosa origine della fanfaronite? Domanda da far tremare vene e polsi al più scafato investigatore di umani garbugli. Ma volendo osare e ancor “tentar l’essenza”, potremmo spingerci sino a dire che la mente del qualunquista sedotto (fanfaronite affectus) non è, poi, così diversa da quella del video pokerista incallito (fauna umana sempre più spesso osservabile nei patri bar e tabacchini), il quale, di fronte alla macchinetta svuota-tasche brillante e musikettante, gode della dissolutezza, sente il brivido ambiguo dell’imprevisto, del colpo di fortuna, della scorciatoia avventurosa, dei “soldi tanti” senza lavoro. E dimentica grigiori, mediocrità, bollette, passar del tempo: piomba nello sballo.
Naturalmente, ridottosi con le pezze al sedere, le scarpe rotte, gli usurai alle calcagna, i denti cariati e le minestre alla Charitas; presi, cioè, sonori e robusti ceffoni in piena faccia, l’intossicato prima o poi rinviene e realizza la fregatura. E qui cade, drammatica e attualissima, la domanda: di quanti ceffoni c’è bisogno, in Italia, per realizzare la fregatura? Tre basteranno?
A voler tentare un azzardatissimo “abbozzo dell’essenza”, potremmo dire che il nostro soggetto è un tale cui mai riuscì di elaborare il lutto di essersi, un giorno, scoperto “creatura”, cioè ente “a scadenza”, vale a dire “comune mortale”; e che, spaventato “a morte” dalla faccenda, “fanfaroneggia per dimenticare”. A buttarla giù semplice e chiara, è come “uno che fischi nel buio per darsi coraggio”. L’apparenza spavalda lenisce l’impervia sostanza.
Ovviamente, aldilà di una certa morfologia morale di fondo, il fanfarone italico non è sempre e dappertutto lo stesso; e ne esistono varianti, sottospecie e sottogruppi, soprattutto in rapporto a: 1) livello di energia psico-nervosa; 2) gusto per l’avventura; 3) grado di pericolosità sociale.
Solitamente innocuo (ancorché assai molesto) sinché attivo nel limitato raggio del suo quartiere (bar, market, ufficio postale, edicola, sportello bancario, farmacia), sul posto di lavoro (ufficio, officina, ospedale, scuola, mercato, tribunale), o in vacanza (spiaggia, ristorante, gelateria, terrazza a mare, discoteca, piazzetta, panchina, pizzeria), il fanfarone diviene gravemente nocivo quando beffardi e fortunosi accidenti della storia ne sollevano uno di speciale energia a ruoli pubblici (leader politico, predicatore religioso, alfiere di palingenesi, tribuno della plebe, vindice degli afflitti, liberatore degli oppressi, svincolatore dei laboriosi, difensore dei depressi, etct., etct.).
Capita allora il peggio che ci si possa immaginare, e cioè che il Cavalier Palloni felicemente incroci le ansie sub-consce della massa degli uomini medi (i più vulnerabili al bacillus fanfaronitis) che, sedotti da ambizione attivistica, sicurezza sbruffonesca, spietata volontà di grandezza, sublime faccia tosta e, buon ultimo, ineguagliabile talento nello spararle grosse, si inebriano dell’avventura, e - non senza intravedere qualche terrena convenienza - investono emotivamente sul vano-borioso, identificandovisi e mandandolo avanti ad osare (salvo disinvoltamente appenderlo per i piedi, una volta caduto in disgrazia).
È in questi casi (cioè quando il micidiale cortocircuito smargiasso-massa/credente si chiude) che possono venire danni seri e per tempi lunghi, andanti dalle annualità ai ventenni, passando per i decenni. Per meglio disegnarne il profilo e dare modo di riconoscerlo ictu oculi tra la folla, aggiungeremo che Monsieur Fanfaronì si picca di saper raccontare meglio di tutti le barzellette, è provetto trovatore di aneddoti, battutista incontenibile, abile storpiatore di nomi, spirito enciclopedico, tuttologo diplomato, nonché - dulcis in fundo - insuperabile inventore di formule di fumosità tale da poter piacere agli arrabbiati di ogni risma.
In genere egli possiede: discreta intelligenza, ottima memoria, cultura media, disinvoltura espressiva, pronto sorriso di bocca, cospicua spudoratezza, fiuto animalesco per l’onda cavalcabile. Risulta inoltre: 1) grosso amatore di donne (sino ad otto di fila); 2) grande tifoso; 3) convinto salutista; 4) nuotatore (sino a tre chilometri continuativi); 5) uomo di buon appetito; 6) fisico di ferro. Tutte cose che lo fanno essere “eterno giovane” e incapace anche solo di immaginare il fatale disfarsi della sua carcassa (che tende talora a fasciare dentro severe uniformi o “doppiopetti” caraceni; e coprire - sempre non disponga di superstite, candida chioma ribelle - con cappelli e “scenose” bandane).
Esaurita la fenomenologia, e passando all’eziologia, ecco venirci incontro l’interrogativo più oscuro, sfuggente, imperscrutabile: e cioè perché mai lo smargiasso tiri, il gradasso prenda, il fanfarone acchiappi, lo sbruffone magnetizzi; e, soprattutto, perché tutto ciò riesca anche con coloro che, a guardar bene, potrebbero pure materialmente rimetterci. Quale, in sostanza, la tenebrosa origine della fanfaronite? Domanda da far tremare vene e polsi al più scafato investigatore di umani garbugli. Ma volendo osare e ancor “tentar l’essenza”, potremmo spingerci sino a dire che la mente del qualunquista sedotto (fanfaronite affectus) non è, poi, così diversa da quella del video pokerista incallito (fauna umana sempre più spesso osservabile nei patri bar e tabacchini), il quale, di fronte alla macchinetta svuota-tasche brillante e musikettante, gode della dissolutezza, sente il brivido ambiguo dell’imprevisto, del colpo di fortuna, della scorciatoia avventurosa, dei “soldi tanti” senza lavoro. E dimentica grigiori, mediocrità, bollette, passar del tempo: piomba nello sballo.
Naturalmente, ridottosi con le pezze al sedere, le scarpe rotte, gli usurai alle calcagna, i denti cariati e le minestre alla Charitas; presi, cioè, sonori e robusti ceffoni in piena faccia, l’intossicato prima o poi rinviene e realizza la fregatura. E qui cade, drammatica e attualissima, la domanda: di quanti ceffoni c’è bisogno, in Italia, per realizzare la fregatura? Tre basteranno?
postScriptum: none
Gigi Monello
mercoledì 20 febbraio 2013
sbrofolòn, spocchiòn, sbuffòn
Non ci si sarà mai dispiaciuti abbastanza dell’impoverimento di lessico nelle nuove generazioni. Perché è attraverso il linguaggio che pensiamo le cose, cerchiamo un ordine, proviamo a dare coerenza al nostro io. Siamo, in fondo, le parole che pensiamo, diciamo, bisbigliamo a noi stessi, ricordiamo, dimentichiamo; e più parole possediamo, e più ricche di sfumature, tanto meglio conosceremo il mondo e le sue mille vischiose trappole. Una parola il cui uso tende sciaguratamente a perdersi, è "sbruffone". Ed è un vero peccato, poiché è bella e schietta voce della nostra bellissima lingua; di una potenza sonora che la eleva a “vocabolo ad alta intensità pedagogica”. Oggi non si fa più caso a quanto lo stesso suono di una parola possa contribuire a modellare un carattere. "Sbruffone" deriva dall’antico "sbruffare" (forse dal lombardo “sbrofà”) che letteralmente significa “spruzzare violentemente liquidi dalla bocca o dalle narici”. Nata dal solido mondo delle agresti faccende e da comuni accidenti di taverna, chissà quando e chissà come un benefattore del genere umano la traghettò al senso figurato, dimodoché la parola prese anche a significare “spruzzare, sbruffare, vantare, millantare senza ritegno qualità, capacità, virtù inesistenti; nonché aspergere rumorosa notizia di risultati ignoti ai più”. Nei cari, sciupati vocabolari cartacei si trova registrato anche “sbruffo” che, con deliziosa variazione, può avere valore di “lesta dazione di denaro a scopo corruttivo”. Incredibili chiaroveggenze della grammatica. Ma a ben frugarci dentro, la parola rivela altre impreviste profondità e segreti passaggi che conducono dove mai vi aspettereste. Nel monumentale Grande Dizionario della Lingua Italiana di Salvatore Battaglia troverete, ad esempio, che “sbruffo” è strutturalmente parente di “sbuffo” (Batt., XVII, 719), a sua volta discendente da “buffo” (soffio d’aria), da cui proviene il notissimo e ancora attualissimo “buffone”, cioè “persona che, gonfiate le gote e imbottiti petto e pancia, emette, sbuffa, spruzza a ciclo continuo, con clamore e sfrontatezza gioconda, chiacchiere, ciance vane, ridicole, pretenziose, nonché, talora, promesse immantenibili”. Che gran bella rivoluzione sarebbe, riuscire a convincere i giovani che il più sicuro antidoto contro gli imbroglioni è la grammatica.
gigi monello
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